1 – Dalle origini alla repressione di fine secolo

A differenza di quanto avviene in altre città d’Europa, a Roma, divenuta capitale del Regno d’Italia, il processo di urbanizzazione non s’accompagna ad un parallelo sviluppo industriale. Ciò accade per una deliberata scelta delle classi dirigenti, che – come teorizza Quintino Sella – ritengono non opportuni a Roma «gli impeti popolari di grandi masse di operai». Solo le attività connesse allo sviluppo urbano ed alla crescita dell’apparato burocratico riescono ad occupare la manodopera che affluisce a Roma. Per il resto la città, ancora attraversata da branchi di pecore, offre agli immigrati poco più che il fieno dei dormitori pubblici e la minestra delle cucine economiche. La fotografia del ricevimento al Quirinale dei rappresentati delle Società Operaie è accompagnata da una cronaca dell’avvenimento, dove è rimarcata la partecipazione di «molti e molti operai, proprio di quelli che lavorano ed hanno i calli alle mani». Una sottolineatura che si spiega considerando che i dirigenti delle prime società di mutuo soccorso sono nobili o borghesi. Questi, pur non disattenti alle condizioni materiali dei lavoratori (assistenza, istruzione, orario di lavoro) sono contrari a una partecipazione della classe operaia, in quanto tale, alla lotta politica.

È grazie all’apporto del mazzinianesimo e quindi al ruolo carismatico di Giuseppe Garibaldi che vengono progressivamente sconfitte le posizioni moderate ed avviato un processo di politicizzazione delle società operaie. Il generale viene acclamato presidente di numerose di esse e invitato a riunioni e banchetti operai. Sarà poi Osvaldo Gnocchi Viani, fondatore della prima sezione dell’Internazionale a Roma e della Lega Operaia d’Arti e Mestieri, ad imprimere al movimento operaio romano un indirizzo socialisteggiante. In questa fase sono soprattutto gli edili e i tipografi, i protagonisti delle lotte operaie nella Capitale.

Dopo gli anni della «febbre edilizia» (1882-1887) interviene un periodo di crisi, che provoca una massiccia disoccupazione e le reazioni esasperate degli operai con l’assalto ai forni e ai negozi del centro di Roma. In questa situazione trova sempre più spazio l’iniziativa degli anarchici, cui vanno le simpatie di gran parte dei manovali. I disordini in occasione del 1° Maggio 1891 a Piazza S. Croce in Gerusalemme concludono questo periodo di fermento rivoluzionario. Si fanno allora avanti riformisti e repubblicani, che vantano consistenti adesioni tra i tipografi. Sono appunto queste componenti ad assumere la guida del movimento operaio romano promovendo la costituzione della Camera del Lavoro di Roma.  

La Camera del Lavoro viene fondata l’8 maggio 1892 al Teatro Rossini  nei pressi del Pantheon, per iniziativa di numerose società di mutuo soccorso, cooperative, società di miglioramento e resistenza.  Con la costituzione di un organismo rappresentativo di tutti i lavoratori della capitale, che supera i particolarismi di mestiere, si compieun passo decisivo verso  forme più mature e moderne di organizzazione sindacale. Il nuovo organismo muove i suoi primi passi lungo un percorso rigorosamente legalitario, ricercando l’intesa e la collaborazione con le autorità cittadine. 

Per il fatto di proporsi come intermediaria tra offerta e domanda di lavoro e di svolgere perciò una meritoria funzione sociale, la Camera del Lavoro rivendicae ottiene dal Comune di Roma i locali per la propria sede – tre stanze in via Santo Stefano del Cacco (nei pressi del Pantheon) e un contributo annuo in denaro. Ma l’abito legalitario si rivela presto troppo stretto e il divieto, sancito dallo statuto camerale, di discutere nelle riunioni di argomenti politici viene con sempre maggior frequenza infranto.

La crescente influenza dei socialisti (il cui partito si è costituito a Genova nell’agosto del 1892) determina un mutamento di strategia: si punta ora a saldare le rivendicazioni sociali alla lotta per la conquista dei pubblici poteri. E’ una strada che porta inevitabilmente a un aperto conflitto con l’ordine costituito: nel gennaio 1897 le autorità dispongono lo scioglimento della Camera del lavoro accusata di incitare agli scioperi e alla lotta di classe. Riaperta a luglio, viene investita dall’ondata repressiva di fine secolo e di nuovo chiusa nel giugno 1898.
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