1° maggio 1891: prove di rivoluzione

Il 1° maggio 1890, per decisione della Seconda Internazionale, i lavoratori di tutto il mondo furono chiamati a manifestare per reclamare la riduzione della giornata lavorativa a otto ore. Quella grande giornata di mobilitazione avrebbe dovuto rappresentare un evento straordinario, non destinato a ripetersi, ma il successo ottenuto indusse le organizzazioni operaie e socialiste a rinnovare l’appuntamento nel 1891.

A Roma la vigilia del 1° maggio fu carica di tensione, anche a causa  della grave situazione sociale e della disoccupazione determinata dalla crisi edilizia.  Molta gente esasperata era pronta ad incendiarsi alla più flebile scintilla rivoluzionaria. Nella capitale la manifestazione del 1° maggio era stata convocata per  il pomeriggio in Piazza Santa Croce in Gerusalemme.  “Fino dalla mattina di quel giorno – scrive Emma Parodi in Roma Italiana 1870-1895 – nelle vie, ove non si trovava una bottega aperta, circolavano in fretta pochissime persone, e nelle ore pomeridiane tutta Roma era avvolta in un silenzio di tomba; e neppure nelle strade più centrali si sentiva il rumore di una carrozza”.  Quella che segue è la cronaca degli avvenimenti secondo il resoconto della polizia.

Rapporto del Questore di Roma al Procuratore del Re sui fatti del 1 maggio 1891*

Alle ore 3 e 1,30 pomeridiane erano giunte sul posto molte società colle relative bandiere e già il Presidente del Comizio, Garofalo, accingevasi a dare la parola agli oratori, quando apparirono da lontano altre associazioni (circa 2.000 persone) fra le quali quelle della Federazione Anarchica Rivoluzionaria, con in testa la bandiera nera orlata di rosso. All’ingresso nella piazza ove stavano schierati i soldati, i componenti la Società dei Muratori emisero grida di «Viva l’esercito italiano, viva i nostri fratelli armati!», ma gli anarchici immediatamente contrapposero le altre di «Viva l’esercito rivoluzionario!», «Viva la rivoluzione!», «Abbasso le baionette!». La comparsa sul luogo della Federazione Anarchica provocò un subitaneo fermento negli adunati, ed essa situavasi molto vicino al palco degli oratori eretto per la circostanza.

Alle ore 4 incominciarono a parlare Natella, Piacentini e Moschini: ma i loro discorsi, piuttosto temperati, non piacquero. Si intesero dei fischi, ne nacquero diverbi, e gli oratori furono insultati e minacciati dagli anarchici; ma, intervenuta la commissione, il fatto non ebbe seguito.    

In questo momento arrivò Cipriani Amilcare, accolto da clamorosa ovazione e dalle grida di «Viva il nostro Dio!», «Viva il Colonnello della Comune!», «Viva il nobile galeotto di Porto Longone!», ed egli saliva sul palco degli oratori.

Ottenutasi a stento una calma relativa, prese la parola Liverani, che ancora non si è potuto identificare. Egli disse: «Dal primo comizio fino ad ora non si è fatto nulla. Bisogna finire colle declamazioni; è tempo di agire, bisogna fare una guerra a coltello a coloro che ci opprimono; otteniamo i nostri diritti colla forza».

Quinto oratore fu il noto anarchico Bardi Ettore; così si espresse: «Questo giorno desiderato è venuto per noi sfruttati da una classe che ci toglie a viva forza tutto, perfino i nostri fratelli che ci fanno siepe d’intorno armati di baionette: ma non ci sgomentiamo; se questi poveri schiavi saranno costretti a scaricare i loro fucili contro di noi il nostro sangue frutterà. La classe dominante, frutto della corruzione e dell’infamia, dev’essere abbattuta. Oggi forse qualcuno di noi sarà sacrificato e a quelle vittime mandiamo un saluto. Alle nostre miserie il Governo risponde mandandoci nuovi reggimenti. La borghesia ci ha resi vili e peggio dei somari, perché questi, quando sotto le battiture si gettano a terra e non vogliono andare avanti, hanno il loro momento di ribellione. Non abbiate più fiducia in nulla: non vi sono ne parlamenti ne consigli, è tempo di finirla, sacrifichiamoci, decidetelo voi».

Il fermento negli astanti si andava aumentando e specialmente nel gruppo degli anarchici, che sempre più tentava di farsi largo fra la folla per approssimarsi al palco. Cercarono quindi parlare certi Medardo Rossi e Moschini; ma non vi riuscirono per le insistenti voci: «Vogliamo sentire Amilcare Cipriani». Egli difatti si presenta, accolto da immensi applausi, e fra il silenzio generale dice: «Oggi qui siete riuniti per affermare la rivendicazione dei vostri diritti; ma siamo circondati da una foresta di baionette. Siete numerosi quindi potenti; i borghesi ben presto dovranno quindi per amore o per forza cedere il potere. A quelli che si presentano come amici chiedete soltanto se vogliono abolita la proprietà privata: se si, amici, se no, nemici. E’ giunta l’ora in cui gli sfruttati debbono far sentire la loro voce. Oggi parliamo pacificamente, domani agiremo rivoluzionariamente. Si persuadano i maneggiatori della cosa pubblica ed i governi che noi non temiamo le baionette. Quando vi chiameremo per combattere voi lavoratori dovrete accorrere ed in quel giorno quei tali non saranno avvertiti. Non dobbiamo restare sordi al grido della miseria, siamo qui appunto per accordarci e provvedere. Vi dico con dolore: oggi non siamo pronti alla lotta, se oserete muovervi sarete massacrati. Unitevi, dimenticate tutte le passioni che possono produrre divisioni fra voi; pensate che la vostra forza è tale che potete sopprimere quella piccola falange di ben pasciuti che vi sfrutta. Oggi non è il momento che sperate: se volete venite domani, non colle bandiere, ma con qualche cosa di più concludente in mano». Gli applausi replicarono incessanti.

Parla quindi De Santis Vincenzo, poco ascoltato, perché gli animi vanno sempre più eccitandosi. Solo si possono intendere le seguenti parole: «Oggi siamo qui per contarci; ma non ci perdiamo di coraggio, verrà un altro 1° Maggio». Gli astanti replicano: «No, no, subito». Olivieri Oliviero, venditore di giornali, grida dal palco: «Una volta non v’era bisogno di comizi ne di luoghi destinati per andare a combattere i nemici. Il popolo è affamato, il momento di agire può arrivare fin da questo momento».

Così erano le cose quando comparve improvvisamente sul palco uno sconosciuto, mostrandosi risoluto a parlare. Alle insistenti richieste di declinare il suo nome, risponde: «Sono socialista anarchico», e finalmente persuasosi per la fermezza della commissione che non avrebbe potuto raggiungere il suo scopo, si qualificò per Venerio Landi. Rivoltosi quindi alla folla disse: «E’ inutile continuare a perdersi in ciarle. Le rivoluzioni si fecero sempre senza discutere e senza i comizi: bisogna incominciare i fatti. Tutto sta a prendere il momento e può essere domani, oggi, quando volete». Le sue parole riscuotono frenetici applausi specialmente dal gruppo anarchico, e gridandosi: «Sì, sì, oggi!», egli finisce: «Io son con voi, viva la rivoluzione!», ed immediatamente slanciavasi dal palco in mezzo ai radunati, e col suo esempio diede il segnale della rivolta.

Lo scompiglio fu generale e l’ispettore di P.S., accortosi che gli anarchici avevano circondato gli agenti prossimi al palco, per incominciare la lotta, e convintosi quindi che ogni indugio poteva riuscire fatale ordinò gli squilli di tromba, e dai funzionari furono fatte le intimazioni di legge per lo scioglimento del comizio. Tale provvedimento rispondeva alla gravità della situazione, poiché in quell’istante un colpo di rivoltella partì dal palco contro il gruppo dei funzionari e degli agenti, che vi stavano di fronte, e da quel momento impegnavasi un attacco in diversi punti contro la forza pubblica. Il maresciallo dei RR.CC., Berettini Carlo, veniva gettato a terra e disarmato della sciabola, che altri agenti poterono recuperare. Si videro i rivoltosi armati chi di rivoltella, pugnali, coltelli e lunghi chiodi acuminati, altri di grossi bastoni, e, mentre cercavasi di procedere all’arresto dei più facinorosi, la guardia di città Raco Carmelo rimaneva uccisa da un colpo di pugnale, e feriti gravemente da arma da taglio i carabinieri Duria Angelo e Rasetto Giovanni.

L’allievo guardia di città Onorati Vincenzo, per un colpo di coltello che seppe schivare, riportava tagliata una falda della tunica. Il sottobrigadiere Iervolino Fortunato difendendosi da un colpo di pugnale veniva ferito alla mano destra. Al carabiniere Rasetto fu tolta la sciabola e colla stessa fu menato un colpo sulla testa all’altro carabiniere Facchini Bartolo; ma il cappello lo salvò da una grave ferita. Anche il capitano dei RR.CC. cav. Ramorino fu accerchiato e a nulla gli sarebbe valsa la sua fermezza se il maresciallo Berettini coi suoi militari non gli avesse prestato valido aiuto. L’uccisore del Raco, Moscardi Francesco, noto anarchico, fu arrestato sul momento; e sulla persona gli si rinvennero dei manifesti sovversivi ed una sottoscrizione per il mantenimento ed il viaggio di Amilcare Cipriani. Vennero pure subito arrestati Agricola Nicola, che vibrò il colpo all’allievo guardia Onorati, ed il feritore del sottobrigadiere Iervolino, Volpi Angelo, il quale nella mischia rimaneva ferito da colpo d’arma da fuoco alla coscia destra.

I fatti suddetti si svolsero in un baleno nelle vicinanze del palco ove stavano l’ispettore cav. Marchionni ed i funzionari signori Rinaldi, Costa, Silvagni, Gallo, Trento, Grazioli, pochi carabinieri e guardie di città ed il maresciallo Berettini, i quali sebbene per un momento sopraffatti dall’audacia e dal numero degli anarchici, pure seppero coraggiosamente dominare la situazione, e mantenendosi calmi, non adoperando le armi, sottrarsi al grave pericolo che li minacciava. Intervenuti la cavalleria ed i soldati in tutti i punti della vasta piazza Santa Croce in Gerusalemme per farla sgombrare, i rivoltosi cominciarono a gettare pietre, ed altresì dalle case vicine si slanciavano contro gli agenti ed i soldati mattoni, pezzi di lavagna e quant’altro veniva loro nelle mani, demolendo perfino, entro le case stesse, camini, pavimenti e muricciuoli delle terrazze. Contemporaneamente in via Emanuele Filiberto si tentava formare una barricata con dei carretti; però, accorsi funzionari, agenti, il divisamento di quei tristi non ebbe effetto. Poco dopo un attentato gravissimo avvenne nella vicina Villa Altieri, ove i rivoltosi cercarono, sparando armi, scalare il muro delle carceri femminili, alla custodia delle quali stava un picchetto militare. Riuscite inutili le intimazioni della sentinella, quei soldati furono costretti a respingere l’assalto, e così rimaneva ucciso, per proiettile alla testa, il carrettiere Picistrelli Antonio, di Giovanni, di anni 21, da Perugia, e ferito ad una mano il fabbro ferraio Timperi Paolo.

Il delegato di P.S. sig. Raffaele Santoro, inviato in piazza S. Croce in Gerusalemme, verso le ore 5, per avere notizie sui disordini che vi accadevano, giunse in piazza S. Giovanni in Laterano entro una carrozza insieme al maresciallo degli ausiliari Cadolino Giovanni ed agli agenti Schiffini e Tambone, ove, a causa dell’affollamento della gente non potendo procedere, egli cinse la sciarpa per farsi riconoscere anche dai soldati. Appena però la folla si accorse che era un funzionario i sassi volarono contro la carrozza stessa, e quindi egli fu costretto richiedere l’intervento dei militari di cavalleria colà presenti. Tre volte la folla fu respinta, ma i sassi continuando all’indirizzo della forza, rimanendo anche ferito uno dei militari, gli agenti furono costretti a tirare in aria alcuni colpi di rivoltella, e così ottenevasi lo sgombro della piazza.

Alcuni tentativi furono praticati da diversi gruppi di rivoltosi di penetrare nei quartieri della città; ma io, che ero giunto in compagnia del capitano di Stato Maggiore sig. Cavaciocchi nei pressi della piazza S. Croce in Gerusalemme onde persuadermi dell’andamento del comizio, avendo osservato i primi sbandamenti e la forza che cominciava ad agire, mi affrettai ad impartire nuovamente energiche e precise disposizioni affinché dai funzionari dirigenti la truppa in seconda e terza linea ne fosse vietato in modo assoluto il passaggio. E’ difatti l’ispettore cav. Zajotti della Sezione Monti, che trovavasi a guardare coi funzionari dipendenti signori Picciarelli e Martinelli il quadrivio delle vie Statuto e Merulana, potè impedire tre tentativi di simil genere, senza però aver avuto bisogno di adoperare la forza e fare le intimazioni legali.

* Archivio di Stato di Roma, Processo contro Cipriani Amilcare ed altri pei fatti del 1° Maggio 1891, b. 6086