1944-2024. La rinascita  della  Camera del Lavoro nella Roma liberata*

Ringrazio l’Anpi per aver voluto dedicare, nell’ambito di queste tre giornate per l’ 80° della liberazione di Roma, un approfondimento specifico alla rinascita della Camera del lavoro. Una scelta che trova la sua ragione non solo e non tanto nella concomitanza tra i due eventi, ma soprattutto nell’importante ruolo, che la CdL svolse nella fase di precarietà ed emergenza successiva all’ingresso delle truppe alleate. Un ruolo che non suoni esagerato definire di supplenza istituzionale, dal momento che la CdL agisce come tramite tra la cittadinanza e l’Autorità militare alleata e il commissario di governo, il generale Roberto Bencivenga

La Camera del Lavoro di Roma viene ricostituita ufficialmente il 13 giugno 1944. Si tratta di una sanzione formale che ha dovuto attendere il decreto del Governo militare alleato sullo scioglimento delle organizzazioni sindacali fasciste. 

Di fatto la CdL inizia a svolgere la propria attività all’indomani dell’ingresso delle truppe alleate nella capitale ed è in grado di farlo perché negli ultimi  mesi dell’occupazione tedesca vengono poste le basi della ripresa sindacale. In moltissimi posti di lavoro sorgono i Comitati sindacali di agitazione, coordinati da un Comitato sindacale cittadino, che avrebbe dovuto funzionare “al momento della liberazione da Commissione provvisoria della Camera del lavoro romana, per riorganizzare la libera vita sindacale stroncata per vent’anni dall’oppressione fascista”.

Gli scioperi e le agitazioni che nei primi mesi del 1944 si verificano nelle fabbriche e nelle aziende municipalizzate hanno un carattere sindacale e vertenziale e approdano a trattative condotte da delegazioni elette per l’occasione. Le richieste dei lavoratori riguardano l’adeguamento salariale del 30%, la corresponsione delle cosiddette 192 ore (una specie di tredicesima), la concessione di prestiti e di indennità collegate alle situazioni di rischio e allo svolgimento di mansioni diverse dall’ordinario.

Il sindacato fascista è ormai fuorigioco e alcuni suoi esponenti prendono contatto con la Resistenza agevolando la transizione verso il nuovo sindacato democratico. Il 4 giugno un gruppo di partigiani guidato da Claudio Cianca prende possesso della sede dei sindacati fascisti in piazza Esquilino 1, che il giorno dopo apre i battenti come sede della Camera del lavoro di Roma.

Il 9 giugno viene resa pubblica la “Dichiarazione sulla realizzazione dell’unità sindacale”, conosciuta come il Patto di Roma. La Cdl diffonde un volantino nel quale è scritto:

“Lavoratori ! Compagni! A Roma è stata realizzata l’unità sindacale fra i grandi partiti socialista, comunista e democratico-cristiano. Nuovi segretari della grande confederazione unitaria sono stati nominati: Achille Grandi, Giuseppe Di Vittorio e Oreste Lizzadri. Viva l’unità sindacale! Abbasso i sindacati fascisti!”.

Tra i dirigenti della nuova Cgil non figura Bruno Buozzi, ucciso a La Storta il 3 giugno nell’ultimo crimine commesso dai tedeschi in fuga dalla capitale.

La rinascita sindacale è dunque frutto dell’intesa tra i partiti antifascisti, che condizionerà, nel bene e nel male, tutta l’esperienza della Cgil unitaria. Vige a tutti i livelli la regola della rappresentanza  paritetica tra quattro partiti ( Pci. Dc, Psi, Pd’az), poiché si ritiene prematuro concedere ai lavoratori la possibilità di eleggere le Commissioni interne. Al loro posto vengono insediati i Comitati quadripartiti d’azienda, la cui composizione è decisa dai Comitati quadripartiti del Sindacato di categoria facente capo alla CdL.

La segreteria camerale, confermata dal primo congresso che si svolge il 22 e 23 aprile 1945, è composta dal comunista Cesare Massini, segretario responsabile, dal socialista Nazareno Buschi, dal democristiano Roberto Cuzzaniti e dall’azionista Ferruccio Bigi segretari. Questa spartizione su basi partitiche provoca malumori, soprattutto tra i comunisti, ai quali si rivolge l’Unità per  rassicurarli che le limitazioni al pieno esercizio della democrazia sindacale hanno carattere temporaneo:

“S’intende che i Comitati quadripartiti saranno al più presto sostituiti dalle Commissioni Interne liberamente elette dai lavoratori, salvaguardando i diritti delle minoranze; ma è bene tener presente che nell’attuale situazione, e almeno fino a quando non avremo seriamente effettuata l’epurazione e la liquidazione dei fascisti, le elezioni non potranno aver luogo. E’ bene anche tener presente che, per realizzare veramente la democrazia, non basta che il voto sia libero e segreto, ma bisogna che le masse lavoratrici abbiano il tempo di orientarsi bene fra i diversi programmi e correnti politiche e sindacali di tutti i partiti”.

Con questi vincoli e con questi limiti la CdL muove i suoi primi passi assumendo come priorità assoluta l’avvio dell’opera di ricostruzione. In diversi quartieri popolari vengono creati uffici per reclutare manovali da avviare al lavoro nei cantieri edili e in diverse attività gestire dagli alleati.  Le categorie più rapide a riorganizzarsi sono quelle del pubblico impiego e dei servizi: all’Atac si costituisce un Comitato sindacale che in pratica assume la gestione dell’azienda assicurando la regolarità del servizio. Nelle  aziende comunali del gas e dell’elettricità si chiede la riammissione dei licenziati per motivi politici e la cacciata dei funzionari fascisti. La mancata epurazione provoca anche la protesta degli insegnanti che occupano il  Provveditorato agli studi.

In meno di un anno di attività la CdL riesce a mettere in piedi una struttura organizzativa in grado non solo di assolvere ai compiti di tutela dei lavoratori romani, ma anche si rispondere alle esigenze di ampi strati di popolazione alle prese con i drammatici problemi del dopoguerra, a cominciare dall’insufficienza alimentare:  “Il problema dell’alimentazione – si legge in un documento camerale del settembre 1944  – è veramente il problema principale della nostra politica sindacale di oggi”. Per non parlare delle condizioni abitative: secondo un’indagine svolta nel 1944 dalla CdL, 87.000 persone vivono in case danneggiate dalla guerra e 13.000 in ricoveri di fortuna come capanne, grotte, baracche, tuguri.

Sono migliaia i romani, che non sapendo a che santo votarsi finiscono per rivolgersi alla CdL per accedere alla distribuzione dei viveri, del vestiario e dei generi di prima necessità; spesso si tratta di delegazioni di cittadini che reclamano l’erogazione dei servizi indispensabili – l’acqua e la luce – in zone particolarmente disastrate e poi ambulatori, scuole, la fermata di un autobus. La CdL non si limita a girare o segnalare queste richieste alle autorità, ma si impegna perché vengano soddisfatte, elabora piani concreti per l’avvio di lavori pubblici, denunciando resistenze e lungaggini; apre vertenze sulla questione degli approvvigionamenti, sul costo dei generi di prima necessità e sul riordino del sistema dei trasporti urbani.

Oltre a svolgere questo ruolo di supplenza la CdL s’impegna nell’attività più propriamente sindacale, di proselitismo e di riorganizzazione.

Ripristinate le condizioni di libertà, in molti luoghi di lavoro vengono finalmente costituite le Commissioni interne. Le adesioni al sindacato unitario si raccolgono con più facilità nelle fabbriche e negli uffici, piuttosto che nelle campagne intorno a Roma dove i collegamenti tra una zona e l’altra restano problematici. Gli iscritti che ad agosto 1944 ammontano a 25.834 diventano 121.210 a fine anno.

La categoria più rappresentata è quella degli statali e nel complesso i lavoratori del pubblico rappresentano circa un terzo degli iscritti. E’ questo un dato che merita di essere sottolineato: significa che settori del mondo del lavoro fino ad allora estranei alla tradizione del movimento operaio, ai suoi valori e alle sue lotte, si trovano a condividere con esso la militanza nella stessa organizzazione.

Nel momento in cui diventa per la prima volta realmente rappresentativa del mondo del lavoro della capitale, la CdL deve far fronte a problemi inediti per un’organizzazione “operaia” a cominciare da quello della sperequazione salariale. Mentre i pubblici dipendenti si battono per la conquista di miglioramenti economici e normativi, le condizioni della grande maggioranza dei lavoratori sono al limite della sopravvivenza. La CdL si cimenta con questa sfida riuscendo a raccordare le lotte degli operai, dei contadini (protagonisti nel dopoguerra di un vasto movimento di occupazione delle terre), degli impiegati, dei disoccupati.

Forte dell’adesione di ben 280.000 iscritti a fine 1947 e del prestigio di cui gode tra i cittadini, la Camera del lavoro di Roma ambisce a essere protagonista della rinascita della capitale. Ma non sarà così. Ad impedirlo è la scissione del 1948, che a Roma ha conseguenze particolarmente pesanti nel pubblico impiego e apre una lunga fase caratterizzata dalla discriminazione e dalla repressione nei luoghi di lavori.

*  Intervento di Giuseppe Sircana,  responsabile dell’Archivio storico della Cgil di Roma e del Lazio, al dibattito “Roma liberata e la rinascita del sindacato” promosso il 31 maggio 2024 dal Comitato provinciale dell’Anpi.