2 – Dall’età giolittiana al fascismo

In un clima politico più favorevole la Camera del lavoro di Roma, ricostituita il 26 gennaio 1900, si trova tuttavia fare i conti con due problemi destinati a travagliare per molto tempo la sua vita interna. Da un lato si fa sempre più aspro il confronto tra le correnti repubblicana, socialista e anarchica; dall’altro la CdL non riesce a imporre il suo ruolo di direzione alle categorie e a raccordare le spinte corporative ad un unico disegno strategico. Per questo motivo viene salutato come un fatto eccezionale la proclamazione, nell’aprile 1903, del primo sciopero generale cittadino a sostegno della lotta dei tipografi per le otto ore lavorative.

Un altro momento significativo è la partecipazione della CdL al blocco elettorale che nel 1907 porta in Campidoglio la giunta democratica guidata da Ernesto Nathan. Il rapporto con le istituzioni, la collaborazione con la borghesia, l’apoliticità sono le questioni al centro di un vivace confronto in seno al movimento sindacale, che diventa particolarmente aspro all’indomani della grave aggressione compiuta dalle forza pubblica a Piazza del Gesù contro una pacifica dimostrazione di lavoratori il 2 aprile 1908 e dello sciopero generale contro l’impresa coloniale in Libia il 26-27 settembre 1911. Da questo confronto che determina una crisi di direzione politica della CdL esce sconfitta la linea riformista ed emerge quella intransigente, imperniata sul rilancio della lotta di classe.  Nel 1906 si è intanto costituita la Confederazione generale del lavoro (CGdL), alla quale la Camera del lavoro di Roma ha aderito; ma i rapporti tra i dirigenti camerali e il vertice della CGdL si fanno subito tesi.

La Camera del lavoro di Roma, come quella di Milano, agisce in stretto raccordo con la linea rivoluzionaria dei dirigenti del Partito socialista e si contrappone apertamente all’indirizzo riformista della CGdL. Nel giugno 1914 nel corso della “settimana rossa”, di fronte alle incertezze ai dubbi della CGdL, la CdL decide di proclamare tre giorni sciopero generale. Un ulteriore motivo di divisione all’interno del movimento sindacale riguarda la partecipazione dell’Italia alla guerra mondiale: la gran parte dei lavoratori romani si riconosce nelle posizioni neutraliste, ma all’interno della stessa CdL la fronda interventista è piuttosto consistente.

La guerra sconvolge la vita dei romani. Mentre le donne sostituiscono gli uomini in diverse mansioni la CdL si fa promotrice di iniziative a favore delle famiglie dei richiamati, si contro il carovita e a difesa del salario. La solidarietà dei lavoratori si manifesta in diversi modi: collette, autotassazioni, pacchi dono oppure facendosi carico di turni di lavoro più pesanti in modo da garantire il pagamento del salario a chi è partito militare. Ma il giudizio politico sulla guerra continua a dividere e provoca la scissione della CdL: nel 1916 la minoranza “interventista” costituisce una nuova Camera del lavoro, detta “della Croce Bianca” dal nome della via in cui ha sede (la frattura sarà ricomposta soltanto nel 1923 con il fascismo al potere).

La pace porta con sé una serie di problemi: ci sono i reduci che tornano, le fabbriche adibite all’industria di guerra che non vengono riconvertite e riducono drasticamente la manodopera, il costo della vita in continuo aumento. Nel luglio 1919 a Roma si verificano violente manifestazioni contro il caro-viveri con assalti ai negozi e dimostranti che rimangono sul terreno, mentre intorno alla Capitale si sviluppa un vasto movimento di occupazione delle terre incolte. La protesta sociale non tarda ad assumere una sempre più marcata connotazione politica, saldandosi con la solidarietà nei confronti della Russia dei Soviet.

La spinta a un radicale cambiamento si esprime anche nelle urne: alle elezioni del novembre 1919 il Partito socialista diventa il primo partito nella Capitale d’Italia. Ma è soprattutto sul piano rivendicativo che l’offensiva del movimento operaio non sembra incontrare ostacoli: tra il 1919 e il 1920 quasi tutte le categorie scendono in lotta. I tipografi danno vita a ben 66 giorni di sciopero, ma ancora più dura è la prova di forza tra lavoratori e padronato nel settore metallurgico: anche Roma partecipa al grande moto dell’occupazione delle fabbriche, che parte dai grandi centri del Nord industriale e ha il suo fulcro nella Torino dei Consigli e dell’Ordine Nuovo di Gramsci. E’ anche da quell’esperienza che nasce il partito comunista, con cui il movimento sindacale è chiamato a confrontarsi, quando è già logorato dall’insanabile contrasto tra socialisti massimalisti e riformisti. Le nuove divisioni indeboliscono il movimento operaio proprio quando contro di esso si scatena lo squadrismo fascista.

Un tentativo di autodifesa si ha con la costituzione degli Arditi del Popolo, che a San Lorenzo e al Trionfale si oppongono con successo alle squadre fasciste. Ma si tratta di episodi che non incidono sul corso degli eventi: il fallimento dello sciopero “legalitario” sancisce la definitiva sconfitta del movimento operaio. La marcia su Roma si conclude con la devastazione delle sedi delle organizzazioni dei lavoratori romani, mentre Mussolini riceve dal re l’investitura ufficiale come capo del governo (2 . continua)

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