Ottant’anni fa, il 22 aprile 1945, presso la sede camerale di Piazza Esquilino si riunì il primo congresso della ricostituita Camera confederale del lavoro di Roma e provincia. Era una domenica e i lavori si protrassero fino al lunedì successivo.
Il congresso, al quale intervenne il segretario confederale della Cgil Oreste Lizzadri, era stato convocato dalla Commissione direttiva provvisoria, che aveva cominciato a operare fin dal periodo clandestino. Il percorso congressuale era iniziato il 21 gennaio 1945 con lo svolgimento dei congressi delle 93 leghe contadine. Il 18 marzo furono celebrati quelli delle 18 sezioni e delle 112 sottosezioni camerali in cui era stata divisa la provincia di Roma.
Alle assise del 22-23 aprile sarebbe infine spettato il compito di eleggere gli organi dirigenti secondo le norme dello Statuto provvisorio della Cgil. Erano stati eletti 156 delegati in rappresentanza di 125.470 iscritti ma quelli che presero parte ai lavori furono 153, così suddivisi per appartenenza politica: 70 comunisti, 29 socialisti, 24 democristiani, 21 indipendenti e 9 azionisti.
Da oltre dieci mesi la capitale respirava l’aria della libertà, mentre al Nord le forze partigiane erano impegnate nell’’offensiva finale che di lì a poco avrebbe portato alla completa liberazione del paese. La Camera del Lavoro aveva ripreso la propria attività il 5 giugno 1944, all’indomani della liberazione di Roma. Era rinata con caratteristiche molto diverse rispetto a quella del periodo prefascista, innanzitutto per la marcata caratterizzazione politica, espressione in ambito locale del Patto di Roma fra le componenti sindacali comunista, socialista e democristiana.
I ritardi nella riorganizzazione di alcune categorie, soprattutto delle più piccole, avevano finito per conferire alla CdL un ruolo egemone nel rapporto con i lavoratori romani. Il tradizionale confronto dialettico con le federazioni, assai vivace negli anni del prefascismo, si era affievolito. Da qui le mancate sollecitazioni per un rapido superamento di questa fase emergenziale e il pieno recupero della funzionalità di ogni istanza e livello organizzativo, ponendo fine anche all’applicazione rigida ed estesa della pariteticità partitica.
Gli interventi dei delegati ponevano quasi sempre al centro la situazione nei luoghi di lavoro; mettendo in luce i passi in avanti compiuti e i risultati conseguiti, ma denunciando anche, senza alcuna indulgenza, ritardi e manchevolezze dell’azione sindacale (link1). Ritardi e manchevolezze dovuti anche al ruolo di supplenza, svolto in quel periodo dalla Camera del lavoro, che l’aveva in parte distolta dai compiti propriamente sindacali.
Oltre a occuparsi della tutela dei lavoratori la CdL si era infatti trovata a far fronte alle necessità di ampi strati di popolazione alle prese con i drammatici problemi del dopoguerra, a cominciare dall’insufficienza alimentare. Quello dell’alimentazione – si legge in un documento camerale del settembre 1944 – “è veramente il problema principale della nostra politica sindacale di oggi”. Dal novembre 1940 al marzo 1945 il costo della vita era cresciuto del 1350% a fronte di un aumento dei salari del 700%. Chi aveva un lavoro pativa la grave denutrizione, potendo in media acquisire non più di 1.670 calorie al giorno contro le 3.000 necessarie. Non meno drammatica la situazione dell’infanzia: I bambini da 6 a 10 anni consumavano in media 7,6 grammi di proteine invece dei 60 necessari. Nell’arco di cinque anni la mortalità della popolazione romana era così aumentata del 200 per cento.
La paralisi pressoché totale della struttura produttiva (circa metà degli stabilimenti attivi prima della guerra erano fermi) aveva causato una vastissima disoccupazione (gli occupati arrivavano appena a un terzo di quelli d’anteguerra). C’erano poi le disastrose condizioni abitative, se così si possono definire, di una parte non trascurabile della popolazione. Secondo un’ indagine, svolta dalla CdL nel settembre 1944, circa 87.000 persone vivevano in case danneggiate e 13.000 in ricoveri di fortuna come capanne, grotte, ecc.
La sede di Piazza Esquilino divenne meta di delegazioni di cittadini che venivano da zone particolarmente disastrate per reclamare l’erogazione dei servizi indispensabili, come l’acqua e la luce, l’apertura di ambulatori, scuole, la collocazione di una fermata d’autobus. La Camera del lavoro non si limitava a inoltrare le loro richieste alle autorità, ma verificava che venissero esaudite, elaborava piani concreti per l’avvio di lavori pubblici, denunciando resistenze e lungaggini, speculazioni di gruppi economici. Furono aperte vertenze sulla gestione degli approvvigionamenti, sul costo dei generi di prima necessità e sul riordino del sistema dei trasporti urbani.
Pur rallentata, l’attività di proselitismo e l’opera di ricostruzione degli organismi di rappresentanza e di partecipazione dei lavoratori cominciava a dare i suoi frutti: gli iscritti alla Camera del lavoro balzarono dai 25.834 dell’agosto 1944 ai 52.974 di settembre per raggiungere i 121.210 a fine anno. Il reclutamento fu più agevole nelle fabbriche e negli uffici (la categoria con il maggior numero di iscritti era quella degli statali), piuttosto che nelle campagne, dove permanevano difficoltà di collegamento.
Come già accennato il congresso doveva procedere all’elezione degli organi dirigenti. I candidati per la Commissione Esecutiva erano stati scelti tenendo conto degli equilibri tra le varie componenti politiche e privilegiando le categorie con il maggior numero di iscritti. Un criterio che aveva provocato diffusi malumori. Risultarono infine eletti 6 comunisti, 3 socialisti, 3 democristiani, 2 azionisti e un indipendente. In segreteria vennero confermati il comunista Cesare Massini come segretario responsabile e il socialista Nazzareno Buschi, il democristiano Roberto Cuzzaniti e l’azionista Ferruccio Bigi come segretari.
Il congresso decise, in ragione della “inscindibilità degli interessi che legano tutti i lavoratori a prescindere dal sesso e dall’età” di istituire una Commissione Giovanile e una Commissione Femminile affidandone la guida rispettivamente a Renzo Picchetti e Anna Fiorentini. Per quanto riguarda le donne già a gennaio si era svolto un convegno delle lavoratrici di 35 aziende romane che aveva approvato una piattaforma rivendicativa con la parità salariale al primo posto. Erano invece destinate a rimanere inascoltate le lamentele e le proteste per la scarsissima presenza di donne tra i delegati (appena 9 su 153 !) e nei gruppi dirigenti anche di categorie composte in gran parte da manodopera femminile (link 2).
Al suo primo congresso la CdL scoprì di essere, la prima volta nella sua storia, realmente rappresentativa del vasto e complesso mondo del lavoro della capitale e della provincia. Questo la rendeva più forte e autorevole, ma la poneva al tempo stesso di fronte a problemi inediti per un’organizzazione di tradizione operaia. Problemi non da poco come la sperequazione salariale esistente tra i pubblici dipendenti che si battevano per la conquista di miglioramenti economici e normativi e la gran parte dei lavoratori costretta a tirare avanti al limite della sopravvivenza. E stavano ancora peggio le masse di disoccupati. Poi c’erano i contadini, protagonisti nel dopoguerra di un vasto movimento di occupazione delle terre.
Forte di ben 280mila iscritti, raggiunti alla fine del 1947, la Camera del lavoro ambiva a esercitare un ruolo da protagonista nella rinascita economica e sociale della capitale. Le fu impedito dalla scissione del 1948, che a Roma ebbe conseguenze particolarmente pesanti nel pubblico impiego e dette inizio al lungo periodo delle discriminazioni e della repressione nei luoghi di lavoro.

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