4 – Dalla ricostituzione alla scissione sindacale

La Camera del Lavoro di Roma viene ricostituita ufficialmente il 13 giugno 1944. Si tratta di una sanzione formale che ha dovuto attendere il decreto del Governo militare alleato sullo scioglimento delle organizzazioni sindacali fasciste.  In realtà la CdL di Roma è subito attiva all’indomani dell’ingresso delle truppe alleate nella capitale, il 4 giugno, perché, come si è visto, le basi della ripresa sindacale sono state poste  durante i terribili mesi dell’occupazione tedesca.

In meno di un anno di attività la CdL riesce a mettere in piedi una struttura organizzativa in grado non solo di assolvere ai compiti di tutela dei lavoratori romani, ma anche si rispondere alle esigenze di ampi strati di popolazione. La Camera del lavoro diventa il naturale punto di riferimento dei cittadini alle prese con i drammatici problemi del dopoguerra, a cominciare dall’insufficienza alimentare:  “Il problema dell’alimentazione – si legge in un documento camerale del settembre 1944  – è veramente il problema principale della nostra politica sindacale di oggi”. Per non parlare delle condizioni abitative:  87.000 persone vivono in case danneggiate dalla guerra e 13.000 in ricoveri di fortuna come capanne, grotte, baracche, tuguri.

Sono dunque migliaia i romani, che non sapendo a che santo votarsi finiscono per rivolgersi alla CdL per accedere alla distribuzione dei viveri, del vestiario e dei generi di prima necessità; spesso si tratta di delegazioni di cittadini che reclamano l’erogazione dei servizi indispensabili – l’acqua e la luce – in zone particolarmente disastrate e poi ambulatori, scuole, la fermata di un autobus. La CdL non si limita a girare o segnalare “a chi di dovere” queste richieste, ma assume l’impegno, elabora piani concreti per l’avvio di lavori pubblici,  denunciando resistenze e lungaggini; apre vertenze sulla questione degli approvvigionamenti, sul costo dei viveri essenziali, sul riordino del sistema dei trasporti urbani.

Oltre a svolgere questo ruolo di supplenza la CdL si dedica all’attività più propriamente sindacale, di proselitismo e di riorganizzazione. Ripristinate le condizioni di libertà, in molti luoghi di lavoro vengono costituite le Commissioni interne. Le adesioni al sindacato unitario si raccolgono con più facilità nelle fabbriche e negli uffici, piuttosto che nelle campagne intorno a Roma dove i collegamenti tra una zona e l’altra restano problematici. In pochi mesi si registra una crescita esponenziale degli iscritti che sono 25.834 ad agosto 1944 e salgono a 121.210 a fine anno  

La categoria più rappresentata è quella degli statali, mentre i lavoratori del pubblico impiego rappresentano in complesso circa un terzo degli iscritti. E’ questo un dato che merita di essere sottolineato: significa che settori del mondo del lavoro fino ad allora estranei alla tradizione del movimento operaio, ai suoi valori e alle sue lotte, si trovano a condividere con esso la militanza nella stessa organizzazione.

Il 22 e 23 aprile 1945, negli stessi giorni in cui nell’Italia del Nord e in atto l’offensiva finale che porterà alla completa liberazione del paese dal nazifascismo, la Camera del lavoro di Roma celebra il suo primo congresso. E’ l’occasione per verificare il radicamento e il grado di rappresentatività, ma anche per affrontare problemi inediti per un’organizzazione tradizionalmente “operaia”. A cominciare dalla profonda disparità tra le categorie: mentre i pubblici dipendenti si battono per ottenere miglioramenti economici e normativi, le condizioni della stragrande maggioranza degli altri lavoratori sono al limite della sopravvivenza. Eppure la CdL riesce a raccordare le lotte degli operai, dei contadini (protagonisti nel dopoguerra di un vasto movimento di occupazione delle terre), degli impiegati, dei disoccupati.

Alla fine del 1947, forte dell’adesione di ben 280.000 iscritti e dell’accresciuto prestigio tra i cittadini, la CdL si propone come fattore decisivo della rinascita di Roma. La determinazione dei lavoratori romani di voler essere protagonisti della ricostruzione è testimoniata dai cosiddetti scioperi a rovescio: è la CdL a organizzare squadre di disoccupati, che vengono impiegati in lavori pubblici urgenti e retribuiti suddividendo la paga di quelli regolarmente assunti.

Proprio nel momento della sua massima espansione e autorevolezza la CdL deve affrontare un progressivo deterioramento dei rapporti tra le componenti interne.  L’esclusione delle sinistre dal governo, la strage di Portella della Ginestra, i sempre più frequenti scontri tra disoccupati e forze dell’ordine sono le tappe un processo di inasprimento del conflitto sociale e politica che porterà all’esito elettorale del 18 aprile 1948.  Pochi mesi dopo, il 14 luglio, c’è l’attentato a Togliatti. Come nel resto del paese anche a Roma  la risposta dei lavoratori va oltre lo sciopero generale proclamato dalla Cgil: si hanno manifestazioni spontanee in molti luoghi di lavoro e un lavoratore rimane ucciso. La corrente democristiana prende a motivo il protrarsi non condiviso dello sciopero per porre fine all’esperienza della Cgil unitaria.

Nella capitale d’Italia la scissione ha effetti particolarmente devastanti sul piano numerico e politico, perché i lavoratori del pubblico impiego passano quasi tutti con gli scissionisti. Se altrove la Cgil riesce a tenere le posizioni serrando le fila intorno a forti nuclei di classe operaia, a Roma questa linea di difesa è improponibile. Prevale così l’arroccamento ideologico e il congresso camerale del 1949 vota un documento nel quale ai “lavoratori industriali” viene riconosciuta “una funzione di primo piano e di direzione”, anche se il nuovo segretario camerale, Mario Mammucari, tiene a sottolineare che l’organizzazione sindacale non può assumere a Roma “le stesse caratteristiche delle città dove esiste una forte classe operaia”. L’azione di recupero dei lavoratori del pubblico impiego, incoraggiata da Di Vittorio, sarà molto lenta perché, oltre a scontare limiti e diffidenze di una radicata concezione  operaistica, deve  fronteggiare una serie di difficoltà oggettive: la discriminazione contro i militanti di sinistra attuata nei ministeri, particolarmente in quelli della Difesa e dell’Interno, la tradizionale propensione dei cosiddetti “ceti medi impiegatizi” a porsi sotto la tutela dei potenti di turno, il loro prevalente orientamento moderato e conservatore che a Roma costituirà la base di massa dell’andreottismo e della destra. (4 . Continua)

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