4 giugno 1944. La liberazione di Roma

4 GIUGNO 1944 – 4 GIUGNO 2014. La liberazione di Roma

Il 4 giugno 1944 è domenica e la gran parte dei romani se ne sta chiusa in casa. La città si è svegliata in un’atmosfera carica di tensione: paura e speranza si alternano con il trascorrere delle ore. Tedeschi e fascisti hanno abbandonato Roma, ma l’attesa dei liberatori è andata troppe volte delusa. Sono circa le 18,30 quando le avanguardie dell’esercito alleato fanno il loro ingresso in città. In un attimo le strade, prima deserte, si riempiono di folla festante. L’euforia si propaga rapidamente dalla periferia al centro coinvolgendo ogni strato di popolazione. Le manifestazioni di giubilo intorno alle jeep e ai carri armati si moltiplicano il giorno dopo, quando i soldati vanno in giro a farsi fotografare con lo sfondo di quei monumenti che avevano visto soltanto in cartolina.

Insieme alle truppe alleate arrivano a Roma le sigarette Camel e Lucky Strike, i chewing gum e tanta musica. «C’è musica dappertutto» annota il corrispondente del New Yorker. Non c’è locale pubblico che non abbia l’orchestrina o quantomeno un grammofono per diffondere tra i tavoli i ritmi d’importazione. E’ una musica pressoché sconosciuta, che la censura fascista ha vietato agli italiani: Glenn Miller, Duke Ellington, Louis Armstrong. Ma più del sofisticato jazz furoreggia il boogie-woogie, il cui ritmo frenetico sembra esprimere meglio quella voglia di spensieratezza, quella gioia di vivere che esplode dopo mesi di privazioni e di sofferenze. La musica è anche un modo per entrare “”nel giro”” degli alleati, frequentare il loro ambiente e ricavare mezzi di sussistenza e magari un lavoro. La qualifica di musicista è, assieme a quella di interprete, una delle poche chiavi per accedere a un’occupazione alle dipendenze degli americani. Ricorda il musicista Luigi Granozio: «Si andava alle feste, alle serate danzanti che davano gli americani, i polacchi, gli indiani, ma più che altro gli americani. Ce portavamo via paste, Coca-cola; ancora non è che se mangiasse molto bene, era una manna, insomma, portà via torte, pasta, birre…».1944 – 10 giugno – Di Vittorio, Lizzadri e Nenni commemorano Matteotti

Nel giugno 1944 e per molti mesi Roma appare una “”città ristoro”” e “”un immenso luna park per militari spenderecci””. C’è nell’aria un’atmosfera elettrizzante che sembra contagiare tutti, anche i rivoluzionari di professione come Leo Canullo, sindacalista comunista, che nel suo Taccuino di un militante annota: «Dopo essere stati in sezione per ore cominciamo ad annoiarci. Decidiamo di andare in centro a vedere il ‘movimento’. Arriviamo a piazza Venezia, al Corso, al Tritone. C’è eccitazione in giro, molta gente nelle strade, i volti sorridenti. Abbordiamo una camionetta americana guidata da un negro. A gesti, parole e parolacce ci facciamo imbarcare sopra e come matti, a velocità folle, scorrazziamo per Roma. Verso sera arriviamo in sezione e presentiamo ai compagni i nostri amici americani negri che tirano fuori whisky e pane bianco. Grande mangiata e sbornia generale».
I romani paiono un po’ tutti in preda a una sbornia collettiva, ma, svaporati i fumi dell’alcol, la maggior parte di loro deve fare i conti con drammatici problemi, come quello della penuria alimentare che alimenta la borsa nera. Molta gente – Roma è piena di sfollati – vive in alloggi di fortuna, senza luce né acqua. La povertà e il degrado sono testimoniati dalla presenza, agli angoli delle strade, degli “”sciuscià””, i piccoli lustrascarpe (shoeshine in americano), resi famosi dal film di Vittorio De Sica. La mancanza di lavoro induce a infrangere regole e codici morali: c’è chi si “”arrangia”” con piccoli traffici, chi si prostituisce e chi intraprende la carriera criminale. A un certo punto le luci del grande luna park si spengono e l’atteggiamento dei romani verso l’esercito liberatore cambia. I rapporti dei carabinieri segnalano “”frasi mordaci e sconce”” ed episodi di intolleranza nei confronti degli alleati. Sul muro di una casa qualcuno ha scritto con la vernice: «Andate via tutti, lasciateci piangere da soli».
La musica che ha accompagnato l’euforia dei primi mesi risuona in modo sempre più sommesso, ma non s’interrompe. I ritmi d’importazione caratterizzeranno il costume italiano negli anni della ricostruzione e del “”boom””.

(© G. Sircana, La storia rincorsa. Lavoro e libertà dalla fine dell’Ottocento a oggi. Ediesse, Roma 2007)