Cent’anni fa alla Casa del popolo di Roma.

31 marzo 1924 : Di Vittorio sfida gli squadristi.

Tra il 1924 e il 1925 la Casa del Popolo fu teatro delle ultime manifestazioni di opposizione al fascismo che si svolsero nella capitale. Le tardive e affannose trattative per dar vita, in vista delle elezioni del 6 aprile 1924, a un blocco unico della sinistra non erano approdate a nulla. Psi, Pcd’I e Psu affrontarono dunque la difficile prova elettorale con liste separate utilizzando per le loro manifestazioni la sala di via Capo d’Africa, che però non si riempiva più come un tempo. Intimidazioni e violenze scoraggiavano la partecipazione dei lavoratori ed erano perciò degne di nota le rare volte in cui ciò non accadeva, come in occasione del comizio indetto il 31 marzo dal partito comunista.

 “Se le violenze romane non bastavano – scrisse l’Unità – c’era la cronaca elettorale di questi giorni, abbondante in tutti i giornali, dove si potevano attingere quanti argomenti si volevano per giustificare negli operai la diserzione di un comizio comunista. Ma le diserzioni, se si può dire che ce ne siano state in confronto del numero degli intervenuti ad altre manifestazioni alla Casa del Popolo, sono state pochissime, giacché il salone, dove ha avuto luogo il comizio, era pieno ugualmente di operai”.

L’appuntamento elettorale prevedeva gli interventi di Alfonso Leonetti e di Giuseppe Di Vittorio. Esponente di spicco del gruppo dei fondatori del Partito comunista, Leonetti volle innanzi tutto sollevare gli animi dei presenti negando che l’esercito proletario fosse in rotta, come andavano sostenendo gli avversari:“Se siamo pochi – disse – se la nostra forza è ridotta a nulla, perché tanta paura di questi pochi? […] Anche questo metodo fa parte della strategia anti-operaia o più chiaramente controrivoluzionaria. Con essa si tende a gettare la sfiducia e lo sconforto negli operai facendoli apparire divisi e indifferenti alla lotta per la propria emancipazione”.
Alcuni fascisti, venuti col chiaro intento di provocare incidenti, si erano disposti in fondo alla sala e non tardarono a manifestare sonoramente la loro presenza. Accadde quando Leonetti invitò i presenti ad approfittare della bella giornata di sole per fare una passeggiata in via Gaeta, dove c’era l’ambasciata russa; lì si sarebbero accorti che la bandiera di combattimento del proletariato, il rosso vessillo della rivoluzione, non era affatto caduta. Insieme agli applausi, alle grida di «viva la Russia!», «viva l’Esercito rosso!» si levarono i fischi dei provocatori.

 Prese quindi la parola Giuseppe Di Vittorio, candidato in Puglia per la frazione terzinternazionalista nelle liste di Unità proletaria. Il futuro leader della Cgil denunciò il peggioramento delle condizioni della classe operaia: “I lavoratori romani, gli edili qui presenti, possono affermare, essi soltanto, in quali condizioni si lavori oggi nei cantieri. E perché si sono create queste condizioni? Perché i padroni oltre ad avere oggi la forza armata dello Stato, hanno anche la milizia fascista”.

A dar manforte ai camerati mandati in avanscoperta sopraggiunsero altri fascisti, che irruppero nella sala gridando i loro «alalà». Non riuscirono tuttavia a mandare all’aria il comizio perché il pubblico seppe mantenere la calma e la presidenza riuscì a rabbonire i disturbatori invitandoli a esporre le loro ragioni in un libero contraddittorio. Dopo un po’ di trambusto, Di Vittorio riprese il suo discorso e si rivolse direttamente ai fascisti: “Non ci vuole molto coraggio – disse – a entrare in una sala dove sono radunati operai inermi quando si è sicuri dell’impunità e si ha con sé la forza delle armi e l’appoggio della polizia. Voi dite che gli avversari scappano. Ebbene, dovete ammettere almeno che ci vuole del coraggio se, nelle condizioni di inferiorità in cui siamo di fronte alla vostra forza armata, noi non disertiamo la lotta e siamo qui a esporre il nostro pensiero”.
A questo punto furono ammessi a parlare due fascisti. Il primo si esibì in uno strampalato intervento, teso a dimostrare l’avvenuto superamento della lotta di classe ad opera di Giuseppe Mazzini. Accolto dai rituali «alalà» prese la parola quello che sembrava essere il capo degli squadristi. “Mi meraviglio – esordì puntando l’indice contro la presidenza – come gli operai possano seguire ancora questi mestatori. I vostri capi hanno predicato sempre la rivoluzione e non l’hanno mai fatta. I fascisti sono uomini di fede. Tutte le loro cariche sono onorifiche. Nessuno prende stipendio. Venite con noi […] Io non guardo al partito, se avete bisogno di me, venitemi a trovare, io sono amico di tutti, anarchici, socialisti, repubblicani [e perché non anche dei comunisti?, fece notare «l’Unità», ndr]. Essi vengono da me quando vogliono trovar lavoro. Del resto vi dovete disilludere se credete di poter andare a votare per altra lista che non sia quella fascista. Noi daremo la libertà ai soli italiani che sono con noi. Per gli altri c’è il manganello”.
Prima di allontanarsi i fascisti devastarono diversi locali dell’edificio, poi uscirono in strada per attendere e malmenare gli intervenuti al comizio e fare un falò dei giornali comunisti che avevano requisito.

▀ Estratto da Giuseppe Sircana, Nel cuore rosso di Roma. Il Celio e la Casa del Popolo, Ediesse, Roma 2016