2 giugno 1946

Nell’Italia appena uscita dalla guerra e liberata dal fascismo la monarchia tenta di sottrarsi alle proprie gravi responsabilità per avere aperto le porte a Mussolini, condividendone per oltre vent’anni tutte le scelte, dalle leggi razziali alle guerre. Le forze del rinnovamento, che hanno animato la lotta di liberazione, considerano pertanto insostenibile la permanenza del re al Quirinale e si battono per l’avvento della repubblica. Casa Savoia può tuttavia contare sul sostegno di quegli ambienti, interni e internazionali, che vedono in essa l’estremo baluardo contro il paventato prevalere delle sinistre.
Si discute a lungo sul modo di risolvere la questione istituzionale: socialisti, comunisti e azionisti premono affinché la scelta tra repubblica e monarchia venga affidata a un’Assemblea costituente, eletta a suffragio universale e con ampi poteri. I sostenitori dei Savoia e le destre puntano invece su un referendum popolare sganciato dal voto per la Costituente, alla quale vorrebbero attribuire poteri molto limitati: è una soluzione di sostanziale continuità dello Stato, ben vista dagli Alleati e non sgradita ad Alcide De Gasperi. Il leader democristiano è condizionato dalle pressioni del Vaticano e della gerarchia, favorevoli al mantenimento della monarchia, come lo sono del resto molti cattolici soprattutto al Sud. Tra i quadri e gli iscritti della Democrazia cristiana prevalgono invece i fautori della repubblica. Ciò induce De Gasperi, che guida un governo, al quale partecipano tutti i partiti antifascisti, a muoversi con cautela, a cercare una soluzione che non scontenti troppo monarchici o repubblicani e gli consenta di acquisire meriti nella vittoria degli uni o degli altri. La sua proposta di far svolgere prima le elezioni per la Costituente e, solo dopo che questa ha fissato i principi generali della nuova Costituzione, indire il referendum, non piace però al leader socialistaPietro Nenni, a quello comunistaPalmiro Togliatti e neppure al luogotenente del re, il principe Umberto.
Il mancato accordo fa salire la tensione. Il 25 febbraio 1946 Nenni, reduce da un rapido viaggio elettorale in Emilia, annota nel suo diario: “Mi pare chiaro che, se prolunghiamo la polemica sui poteri della Costituente e sul referendum avremo una crisi ministeriale, un sussulto della piazza contro le nostre lentezze e diatribe, qua e là provocazioni fasciste e monarchiche, l’intervento degli alleati e forse un intervento non soltanto politico. C’è chi punta cinicamente su questa prospettiva. Il rischio è grosso. Vale la pena correrlo, su delle questioni che sono più di forma che di sostanza ? I poteri della Costituente in definitiva saranno quelli che essa stessa si darà, a seconda delle forze in essa predominanti. Il referendum istituzionale è per la Corte un sostitutivo del plebiscito, ma può anche divenire un’altra cosa, se contestuale alle elezioni per la Costituente”.
La soluzione immaginata da Nenni diventa una proposta che ottiene l’approvazione prima di Togliatti e poi di De Gasperi. Il 23 marzo viene finalmente promulgato il decreto che indice per la giornata del 2 giugno 1946 sia il referendum istituzionale che le elezioni per l’Assemblea Costituente.

Sull’esito della consultazione c’è la massima incertezza, anche se quasi tutti i partiti democratici sono dichiaratamente repubblicani. Fanno eccezione il Partito liberale, dove prevalgono i fautori della monarchia e la Democrazia cristiana, che decide di non schierarsi. Una consultazione tra gli iscritti fa emergere una netta maggioranza a favore della repubblica (60%) contro il 17% a favore della monarchia e il 23% tra indecisi e astenuti. Ma poi, al congresso del partito, che si svolge in aprile a Roma, la spaccatura tra i delegati del Nord, quasi tutti repubblicani, e quelli del Sud monarchici, induce la Dc a non dare indicazioni di voto.
La monarchia fa affidamento sulla forza della tradizione e sulla mozione degli affetti, due fattori di vasta presa popolare soprattutto nel Mezzogiorno. Ma quella che si pensa possa essere la carta vincente viene giocata a meno di un mese dal referendum: il 9 maggio Vittorio Emanuele III decide a sorpresa di abdicare a favore del figlio Umberto e parte per l’ esilio in Egitto. La mossa, volta a offrire un’immagine nuova e meno compromessa della monarchia, rompe la tregua istituzionale e suscita le risentite proteste del fronte repubblicano: secondo gli accordi, in attesa del pronunciamento degli italiani, Umberto avrebbe dovuto mantenere la luogotenenza. Invece il nuovo re entra prepotentemente in campo e inizia a girare l’Italia in cerca di consensi. Sarà tutto inutile: con 12.718.641 voti alla repubblica e 10.718.502 voti alla monarchia il popolo italiano dà il benservito a casa Savoia.
Gli sconfitti sembrano prendere atto del risultato delle urne. Il 6 giugno la regina Maria Josè e i figli lasciano l’Italia e anche Umberto si mostra impaziente di fare altrettanto, al punto che De Gasperi deve convincerlo dell’opportunità di restare fino alla proclamazione dei risultati ufficiali da parte della Corte di cassazione.
Di colpo il clima muta radicalmente: i monarchici contestano la vittoria repubblicana, calcolata sulla base del conteggio dei soli voti validi e non della maggioranza dei votanti, denunciando brogli. Anche Umberto ci ripensa: adesso punta i piedi, rifiuta di prendere atto della sconfitta e di lasciare l’Italia. Il paese vive ore drammatiche e rischia di precipitare nella guerra civile: al Quirinale sventola ancora la bandiera col simbolo sabaudo, mentre al Viminale, sede del governo, viene esposto il tricolore repubblicano. Si rincorrono voci di sollevazioni in seno alle forze armate, mentre gli alleati fanno balenare l’ipotesi di una ripetizione del referendum. L’11 giugno a Napoli gli assalti alla federazione comunista e a una caserma di polizia provocano sette morti. A questo punto il governo rompe gli indugi e il 12 decide che, in attesa della proclamazione definitiva dei risultati da parte della Cassazione, le funzioni di capo dello Stato siano attribuite al presidente del consiglio.

Il re viene in pratica esautorato e non ha che due strade davanti a sé : la prova di forza o l’accettazione della sconfitta e l’esilio. Per fortuna del paese Umberto sceglie la seconda strada, non senza accusare il governo di aver ”compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con un atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano”.
Alle 16,07 del 13 giugno 1946 un quadrimotore Savoia-Marchetti, con a bordo ex “re di maggio” decolla dall’aeroporto romano di Ciampino alla volta di Lisbona. Come il suo avo Carlo Alberto Umberto ha infatti scelto di trascorrere l’esilio in Portogallo. E’ l’atto finale della lunga storia che ha visto i destini del nostro paese saldamente intrecciati a quello dei Savoia.
Il 18 giugno, con la proclamazione dei risultati definivi da parte della Corte di cassazione, l’Italia diviene una repubblica.
Giuseppe Sircana