Il marzo tragico di ottant’anni fa. Da via Rasella alle Ardeatine.

Il passo cadenzato e le armi bene in vista, la voce stentorea che impartisce ordini alla truppa e le canzoni che accompagnano la marcia: tutto deve incutere timore e terrore ai romani che guardano e ascoltano da dietro le finestre o che si trovano a incrociare la colonna del Polizei-regiment nella sua marcia quotidiana da Piazzale Flaminio a Via Tasso. L’effetto sinistro, i sentimenti di angoscia e di rabbia che suscita quella minacciosa ostentazione di forza per le strade del centro stridono con il cielo terso e la dolcezza del clima di inizio primavera.

Il 23 marzo 1944 è una splendida giornata di sole, ma non sono tempi per godersela: non certo per gli abitanti della capitale, ma neanche per gli occupanti nazisti che non si sentono più tanto sicuri dopo una serie di colpi messi a segno dai Gap, i Gruppi di azione patriottica, come l’attacco alla sede del comando e del tribunale militare tedesco. Alle 15,30 di quel giorno il generale Kurt Maeltzer, comandante nazista della Capitale, si attarda a tavola con i suoi commensali in un lussuoso albergo di Via Veneto. E’ il  momento in cui gli uomini in marcia imboccano via Rasella, una strada stretta e in salita, in cima alla quale s’intravede un netturbino: sembra concedersi una pausa dal lavoro fumando la pipa accanto al suo carretto.  Si tratta in realtà del gappista Rosario Bentivegna che al momento giusto accosta il fornello della pipa alla miccia dell’esplosivo contenuto nel bidone dell’immondizia.

Dopo neanche un minuto una violenta esplosione investe in pieno il plotone tedesco, mentre altri gappisti escono allo scoperto facendo fuoco contro la pattuglia di retroguardia. La deflagrazione infrange i vetri e provoca la caduta di calcinacci. Sull’asfalto, che si colora del sangue, giacciono 32 cadaveri e numerosi feriti, di cui uno morirà in ospedale.

Rosario Bentivegna

Rosario Bentivegna

Arriva Maeltzer, che forse ha ecceduto nel bere e non pare nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali: vuole far saltare in aria l’intero isolato e fucilare sul posto gli abitanti.

Si scatena subito una feroce caccia all’uomo per le strade, fin dentro le case e i negozi: gli ostaggi rastrellati indiscriminatamente vengono allineati lungo il marciapiede di via Quattro Fontane e tenuti con le mani in alto sotto la minaccia dei mitra. Sembra il preludio a un’esecuzione in massa, ma qualcuno trai capi nazisti consiglia di consultare prima Berlino.

Secondo colonnello delle SS, Eugene Dollmann, che segue da vicino tutte le fasi della tragica vicenda, è Hitler in persona a decidere l’ uccisione di cinquanta italiani per ogni tedesco caduto. L’ordine del führer viene trasmesso al comando del feldmaresciallo Albert   Kesserling, mentre questi è assente. In sua vece un colonnello si limita a passare l’ordine, per via gerarchica, al comandante della 14a armata, generale Von Mackensen, che a sua volta lo inoltra a Maeltzer. Appena rientrato al comando e messo al corrente dell’accaduto Kesserling – sempre secondo Dollmann –   blocca tutto: non se la sente di assumersi una così pesante responsabilità senza aver prima parlato personalmente con il quartier generale a Berlino. Poi dà il via libera, sentendosi forse “sollevato” dalla decisione di ridurre il numero degli italiani da mandare a morte  non più 50 ma 10 per ogni tedesco. Il compito di procedere all’immediata esecuzione di 330 “criminali badogliani” è assegnato da Maeltzer al capo delle SS, colonnello Herbert Kappler, che si premura di rassicurare Kesserling.

Mentre nessuna notizia dell’attentato viene data alla cittadinanza attraverso la radio, la stampa o l’affissione di comunicati, Kappler non ha difficoltà a compilare un primo elenco di nomi. Nel pomeriggio del 24, il giorno successivo all’attentato, i condannati a morte sono già 280, scelti  tra i detenuti nel carcere di Via Tasso, tra cui alcuni dei fermati a caso intorno a Via Rasella. Ne mancano quindi 50 e Kappler li pretende alla svelta dal questore di Roma, Pietro Caruso. Questi, con l’assenso del ministro dell’interno Buffarini-Guidi, dispone la consegna ai tedeschi di 50 reclusi nel carcere di Regina Coeli. L’elenco, compilato da Caruso e dai suoi collaboratori (tra cui il famigerato torturatore Pietro Kock), comprende detenuti politici e anche alcuni che si trovano in carcere per reati comuni e senza precedenti penali. Succede anche che per la fretta o per eccesso di zelo vengano prelevati dalle celle cinque detenuti in più: vanno così al martirio 335 persone.

Kappler ha predisposto in modo meticoloso e discreto le varie fasi del piano, individuando il luogo ritenuto più adatto per l’eccidio nelle vecchie cave di pozzolana sulla Via Ardeatina a poca distanza dal bivio con l’Appia Antica. “Pensavo – dichiarerà al processo – che le salme non avrebbero potuto essere trasportate che con molta difficoltà, mentre era infinitamente più facile trasformare la grotta in una camera sepolcrale”.

Nel primo pomeriggio del 24 marzo arrivano alle cave circa duecento soldati tedeschi con tutto l’occorrente: armi, mine, pale e arnesi. Mentre viene messo a punto ogni particolare per una esecuzione senza intoppi e con il minor dispendio di munizioni, dal carcere di Via Tasso e da Regina Coeli partono i camion con i condannati. Si tratta di automezzi solitamente adibiti al trasporto delle carni macellate, su ciascuno dei quali vengono ammassate oltre 70 persone.

I primi martiri giungono alle Ardeatine intorno alle 17. Vengono fatti scendere dai camion e divisi in gruppi di cinque. In quest’ordine sono introdotti con le mani legate nella galleria buia, rischiarata dalle torce dei tedeschi. Una volta dentro le vittime devono inginocchiarsi in modo da offrire la nuca al colpo d’arma da fuoco. La carneficina va avanti per tutta la sera fino a notte. All’alba i soldati tedeschi escono dalla cava e fanno saltare le mine. L’esplosione copre in un’unica immensa tomba le salme di 335 martiri. Il mattino del 25 marzo, a quaranta ore dall’attentato di Via Rasella, questo comunicato dell’Agenzia Stefani informa finalmente i romani dell’ accaduto:     

“Nel pomeriggio del 23 marzo1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia intransito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco assassinato dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito”.

Mentre il direttore del Messaggero Bruno Spampanato plaude alla “esemplare giustizia tedesca” l’annuncio della strage eseguita getta nell’angoscia i familiari dei detenuti, che si precipitano davanti a Regina Coeli e a Via Tasso per avere notizie sulla sorte dei loro cari. Invano, perché il comando tedesco non rende noto l’elenco degli uccisi né consente l’esumazione delle salme per l’ identificazione.

Il 28 marzo il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale denuncia a agli italiani quel che è avvenuto a Roma.

“Un delitto senza nome è stato commesso nella vostra capitale. Sotto il pretesto di rappresaglia per un atto di guerra di patrioti italiani in cui esso aveva perso 32 dei suoi SS, il nemico ha massacrato 320 innocenti, strappandoli dal carcere ove languivano da mesi. Uomini non di altro colpevoli che di amare la patria – ma nessuno dei quali aveva parte alcuna né diretta, né indiretta in quell’atto – sono stati uccisi il 24 marzo 1944 senza alcuna forma di processo, senza assistenza religiosa né conforto dei familiari: non giustiziati ma assassinati.

Roma è inorridita per questa strage senza esempio. Essa insorge in nome dell’umanità e condanna all’esecrazione gli assassini come i loro complici ed alleati. Ma Roma sarà vendicata. L’eccidio che si è consumato nelle sue mura è la estrema reazione della belva che si sente vicina a cadere.

Le forze armate di tutti i popoli liberi sono in marcia da tutti i continenti per darle l’ ultimo colpo. Quando il mostro sarà abbattuto e Roma sarà al sicuro da ogni ritorno barbarico essa celebrerà sulle tombe dei suoi martiri la sua liberazione.

Italiani e italiane, il sangue dei martiri non può scorrere invano. Dalla fossa ove i 320 italiani – di ogni classe sociale, di ogni credo politico- giacciono affratellati per sempre nel sacrificio, si leva un incitamento solenne a ciascuno di voi: tutto per la liberazione della patria dall’invasore nazista! Tutto per la ricostruzione di un’Italia degna dei suoi figli caduti!”.

Giuseppe Sircana