Il movimento socialista romano e il delitto Matteotti *

Il 1 maggio 1924, per la seconda volta da quando il fascismo era al potere, i lavoratori romani non poterono celebrare la festa del lavoro come avrebbero voluto e come era consuetudine prima che il governo ponesse il suo divieto. Le organizzazioni dei lavoratori avevano lanciato un appello perché il Primo maggio fosse celebrato «come é possibile ad ognuno».
Solo l’Unione Emancipatrice si rivolse agli edili, reduci da un lungo sciopero, affinché mostrassero ancora una volta la loro indomita volontà di lotta:

«le braccia-macchine degli edili romani, il Primo Maggio non devono funzionare, i cantieri devono essere deserti e ciò deve suonare monito anche ai magnati dell’industria edilizia e ai protettori di questi, che siete disposti ancora a riprendere la battaglia sospesa se i vostri diritti non verranno rispettati».

L’arresto preventivo di numerosi dirigenti politici e sindacali e il massiccio dispiegamento di forza pubblica impedirono qualsiasi manifestazione pubblica. La partecipazione intima si espresse invece in diverse forme, come la scelta di devolvere il salario della giornata a favore della stampa di partito. Il fascismo aveva ormai il pieno controllo della situazione. In un anno molte cose erano cambiate: il 1° maggio del 1923 si erano avute clamorose astensioni dal lavoro ed era iniziata la lunga lotta degli edili.
Non solo il fascismo si era consolidato al potere, ma il movimento operaio appariva ancora più diviso. Dopo l’espulsione dei riformisti dal Psi si fece strada l’ipotesi di una riunificazione tra questo partito e il partito comunista. L’Usr – Unione socialista romana- era in gran parte favorevole alla fusione e di fronte alle incertezze dei dirigenti nazionali, decise di aderire alBlocco di Unita Proletaria con i comunisti e fu per questo radiata dal partito.

In poco più di tre anni a rappresentare il proletariato romano non c’era più un’unica grande forza politica, ma quattro formazioni in lotta tra loro: i socialisti massimalisti, i terzinternazionalisti fusionisti, gli unitari riformisti e i comunisti. Sul fronte opposto, invece, una sola lista metteva insieme fascisti e i loro fiancheggiatori.
Ad accrescere il disorientamento dei lavoratori intervenne la decisione della Confederazione generale del lavoro di sciogliere la Camera del lavoro. La struttura romana aveva vivacemente contestato le posizioni concilianti della Cgdl nei confronti del fascismo negando al suo leader Ludovico D’Aragona «il diritto di parlare a nome del proletariato romano».
Questi lacerazioni, unite alle violenze e ai soprusi di cui furono vittime gli oppositori del fascismo e infine il risultato negativo delle elezioni, contribuirono a fiaccare le residue resistenze del movimento operaio romano.

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Le sezioni romane avevano sempre beneficiato della presenza nella capitale dei più importanti esponenti nazionali dei vari partiti garantendosi la loro partecipazione a incontri e manifestazioni. Il serrato dibattito tra le varie tendenze socialiste, ospitato nella sede dell’Usr, aveva visto la partecipazione, tra gli altri, di Giacinto Menotti Serrati, Costantino Lazzari e Filippo Turati, ma non di Giacomo Matteotti. Il deputato polesano partecipava invece alle iniziative dell’Università Proletaria, un’istituzione rivolta all’elevazione culturale dei lavoratori. Era dotata di una biblioteca e organizzava lezioni di cultura generale e di amministrazione, visite ai musei, concerti e spettacoli. La domenica aveva luogo una conferenza su questioni di attualità politica, affrontate con un approccio non propagandistico bensì rivolto ad approfondire le varie implicazioni. Protagonista di questi incontri era spesso Matteotti. Tra lui e i socialisti di Roma e della provincia – mi ha testimoniato Telemaco Marchionne, all’epoca segretario dell’Usr e ancora in vita negli anni Settanta – si era instaurata questa consuetudine legata ai corsi domenicali di «educazione socialista».
Matteotti prese parte a molte iniziative a Roma e nei paesi della provincia acquisendo sempre maggiore notorietà e prestigio. In vista delle elezioni politiche del maggio 1924 il Partito socialista unitario, con una struttura organizzativa ancora gracile, non poteva avere un candidato migliore di lui nel collegio della capitale. Matteotti venne infatti eletto e il suo partito ottenne a Roma appena 54 voti in meno dei massimalisti (indeboliti dalla confluenza dei terzinternazionalisti nel Pcdl).

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Il rapimento di Matteotti suscitò una profonda impressione anche aRoma. Dopo mesi di frustrazione le classi lavoratrici rialzarono la testa: dal 10 giugno, giorno della scomparsa del deputato socialista,si susseguirono agitazioni e scioperi. Incrociarono le braccia gli edili, ifornaciai, i falegnami, i metallurgici, il personale del mattatoio. Un’assemblea dei sindacati romani invitò la Confederazione generale del lavoro a promuovere le debite iniziative di protesta:

«I rappresentanti delle Organizzazioni proletarie di Roma, riuniti la sera del 14 giugno 1924 – si legge nell’ordinedel giorno approvato – additano al proletariato mondiale gli atti di tollerato brigantaggio, che quotidianamente avvengono nel libero Stato italiano, brigantaggio che va dal sequestro alla soppressione violenta di coloro che non la pensano fascisticamente, e non intendono di lasciar passare inosservata la scomparsa momentanea o definitiva di un eletto del popolo, il compagno Giacomo Matteotti, invitano la Confederazione Generale del Lavoro ad indire una qualsiasi manifestazione di protesta».

L’invito non venne accolto e la Cgdl non seppe far altro che «invitare alla calma le organizzazioni confederate». Ci provò,quello stesso giorno, anche Antonio Gramsci a proporre ai gruppi dell’Aventino di proclamare loro uno sciopero generale, ma la sua sollecitazione non fu accolta. I socialisti massimalisti non sapevano come muoversi; incapaci di assumere una qualsiasi iniziativa si dichiaravanotuttavia «pronti» e disponibili ad aderire a eventuali iniziative promosse da altri.Eloquente il documento votato dall’Unione Socialista Romana il 16giugno, quando la proposta di sciopero generale era già stata avanzata dai comunisti:

«L’Usr eleva il grido della propria indignazione per il delitto commesso nella persona del compagno deputalo Giacomo Matteotti, vittima della propaganda di odio e della politica di violenze morali e materiali del partito dominante; esprime la più precisa sfiducia nell’azione del governo e delle autorità per la ricerca degli esecutori e dei mandami; invita il proletariato romano a tenersi pronto per quella qualsiasi torma di protesta che possa essere decisa; e ricorda che tutte le vittime proletarie saranno degnamente vendicate soltanto dall’avvento della civiltà socialista».

Il 23 giugno si riunirono i rappresentanti delle sezioni romane dei partiti di opposizione e decisero di organizzare per il giorno seguente una manifestazione commemorativa in onore di Matteotti, in concomitanza della quale ci sarebbe stata una sospensione dal lavoro. E così avvenne : lesirene interruppero ogni attività nei cantieri, nelle officine, negli uffici, mentre nel luogo dov’era avvenuto il rapimento, in Lungotevere Arnaldo da Brescia, delegazioni di vari gruppi politicie sindacali, semplici cittadini si recarono a deporre fiori davanti ad una grande ritratto della vittima, nonostante la forza pubblicaintervenisse per disperdere gli assembramenti.
Un mese dopo ad Albano si svolse un’adunata di fascisti per esigeredal governomaggior durezza nei confronti degli oppositori. Le camicie nere arrivarono a inneggiare con versi osceni e truculenti alla morte di Matteotti prima di abbandonarsi ad atti di violenza contro la popolazione.
Alla fine di luglio si riunì un Convegno della Federazionesocialista sabino laziale, con all’ordine del giorno due punti: la questione dell’Aventino e i rapporti con la Terza Internazionale. Le due questioni, in apparenza distinte, finivano per intrecciarsi e dar luogo a una posizione di sostegno o di critica alla linea dalla Direzionenazionale del Psi. Ci si chiedeva se l’opposizione “legalitaria” fosse uno strumento valido per contrastare il fascismo e quanto fosse compatibile, per un partito di classe, con una strategia rivoluzionaria. Per alcuni, pur non essendo «bigotti della legalità borghese», i socialisti avrebbero dovuto difendere «un minimo di libertà civile e politica e di norme elementari di vita civile senza le quali è impossibile qualsiasi attività proletaria». Per costoro uscire dal Comitato delle opposizioni avrebbe significato«isolarsi, non farsi comprendere e rendere un ottimo servizio al fascismo».
Fu Costantino Lazzari a dare voce a quanti invece ritenevano insostenibile la presenza dei socialisti accanto ai partiti borghesi, espressionedi quei ceti che avevano alimentato il fascismo: «Tale appartenenza – sosteneva Lazzari – è nociva a quell’educazione politica del proletariato che è compito precipuo del nostro partito». Fu in fine approvato a grandissima maggioranza un documento che da una parte invitava la Direzione del partito a riprendere i rapporti con la Terza Internazionale e dall’altra confermava la partecipazione dei socialisti all’Aventino, inteso come semplice «coordinamento della lotta contro il fascismo».
Pur non approdando a nulla, lamobilitazione provocata dal delitto Matteotti segnò una momentanea ripresa dell’iniziativa del movimento operaio romano, culminata il 6 luglio nella riattivazione della Camera del lavoro, nella quale miracolosamente si ritrovarono tutti: comunisti, socialisti massimalisti e riformisti, repubblicani e anarchici. Nelle elezioni per la nuova Commissione esecutiva prevalse la lista concordata tra massimalisti, repubblicani e anarchici sulla base di un programma di lotta intransigente al fascismo, di autonomia dai partiti e di non collaborazione con la borghesia. Fu l’ultimo atto di partecipazione democratica del movimento operaio romano.
Giuseppe Sircana

  • Rielaborazione del saggio apparso in AA,VV., Studi e ricerche su Giacomo Matteotti , a cura di Lorenzo Bedeschi, Urbino – Istituto di storia della Università, Urbino 1979©