Le ultime voci libere. L’assemblea delle opposizioni alla Casa del Popolo.*

Il Comitato delle opposizioni antifasciste diede appuntamento per le 10 di domenica 5 aprile 1925 alla Casa del Popolo, dove si sarebbe tenuto un comizio di protesta contro i ripetuti sequestri dei giornali e a difesa della libertà di stampa. Reparti di carabinieri furono inviati a presidiare, sin dal primo mattino, via Capo d’Africa, mentre gli organizzatori avevano attivato un proprio servizio d’ordine per impedire che elementi estranei entrassero a disturbare il comizio. Secondo «La Stampa» accorsero «varie migliaia di cittadini […] molte personalità dei partiti di opposizione, giornalisti, studenti e grandissimo numero di operai».
Un quadro assai diverso emerge dai ricordi di Giorgio Amendola, che in quell’occasione accompagnò il padre Giovanni, leader dell’Unione nazionale:

«Doveva essere il segno della volontà delle opposizioni di continuare la lotta e di mobilitare gli antifascisti. Ma il risultato non fu brillante. La sala della Camera del lavoro, in via Capo d’Africa, non era piena. Attorno alla sala, fino al Colosseo, alle rampe del Colle Oppio e a via Cavour, erano visibili minacciose squadre di fascisti in atteggiamento ironico e strafottente. Avevano, evidentemente, la consegna di lasciar passare, ma non furono molti gli antifascisti che osarono attraversare quella barriera. Al fianco dei due principali oratori – Amendola e Filippo Turati – erano presenti, tra gli altri, i parlamentari Domenico Valenzani, Giuseppe Sanarelli, Roberto Bencivenga, Alessandro Bocconi, Giovanni Merloni, Alfredo Morea e Meuccio Ruini. Assai significativa fu la partecipazione di un nutrito gruppo di studenti, che prima dell’inizio della manifestazione intonarono l’Inno di Mameli e l’Inno di Garibaldi. Quella mattina i giovani non mancavano. Avevamo fatto un grosso sforzo con la nostra Unione goliardica per la libertà. Dal Visconti erano venuti in molti. Vi erano anche molti giovani operai, per quanto il Partito comunista non avesse aderito alla manifestazione. A noi giovani, evidentemente, la prospettiva lunga non faceva paura. Vent’anni di lotta che cosa sono quando se ne hanno meno di venti? Ma gli altri, i reduci da tante battaglie perdute, non potevano certo avere l’animo nostro».

Alla presidenza fu chiamato il senatore Sanarelli, anche lui dell’Unione nazionale, il quale dopo un breve intervento dette la parola a Giovanni Amendola. Il capo dell’opposizione liberale illustrò le ragioni per le quali era stata indetta la manifestazione:

«Era necessario che il troppo lungo silenzio fosse rotto e nelle adunate si sentisse l’affermazione del popolo contro lo scempio della libertà di stampa, a testimoniare che non vi è la pretesa indifferenza del popolo. La libertà non è un dono caduto dal cielo, ma una conquista che si fa passo passo, così in Italia come negli altri paesi […] La violenza della compressione strappa la maschera alla sedizione, apparentemente legalitaria, di cui sono autori i poteri dello Stato, che godono e sfruttano questa situazione di forza. L’irrisione contro la stampa imbavagliata, cui è negata ogni libertà di difesa, dà al partito dominante il sentimento dello strapotere. Ci si invita all’insurrezione da quelli stessi che si affermano i difensori dell’ordine. In questa compressione però si temprano le energie. Bisogna guardare al futuro. Nella coartazione di ogni libertà dello spirito si forma una nuova Italia, migliore di quella di ieri. Consce di questo, le opposizioni non si arrenderanno mai. Qui si vince o si cade. Scelga il popolo tra la reazione e la libertà. Gli avversari affermano che il popolo italiano avrebbe già fatto la sua scelta: la servitù. Troppa fretta di concludere la storia, confondendola con questa cronaca di pochi mesi, di pochi anni. Questa fretta non l’ha l’opposizione, che sente che è una lotta di lunghi anni».

Per Amendola all’origine dei decreti varati dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e della «loro applicazione feroce» c’era la pubblicazione sulla stampa di documenti da cui emergevano le «responsabilità incancellabili»251 dei vertici del fascismo. Dopo aver richiamato le battaglie condotte e vinte nella Francia dell’Ottocento contro la censura dell’informazione, Amendola si disse convinto che le persecuzioni sarebbe finite e sarebbe tornata «a rifulgere la libertà della stampa italiana». Gli applausi che salutarono la conclusione del suo discorso furono tutt’uno con quelli che si levarono quando si accinse a parlare Filippo Turati.
L’esponente socialista esordì dicendosi umiliato «come italiano» per essere costretto a parlare di un argomento che interessava la nazione intera, «in forma privata, quasi clandestina, tra un’atmosfera di sospetti e di intimidazioni». Turati sapeva di parlare a «un’assemblea di convinti» e avrebbe considerato ciò «del perfetto onanismo […] un giuocare alla politica […] un autoinganno voluto» se non fosse stato convinto che i presenti erano animati da una volontà di riscossa.

«Intendiamoci bene: queste adunanze si tengono con quest’intesa, con questo fine e con questo effetto o esse si risolvono in perditempo, in ipocrisie volontarie: quei che ci vengono non ci vengono per passatempo, né per il piacere di sentire lusingati i proprii sentimenti: ci vengono col fermo proposito di fare, ciascuno nella propria sfera, opera di proselitismo, non solo di idee, ma di resistenza e di azione; non sono, insomma, degli ascoltatori più o meno plaudenti; sono e devono essere dei collaboratori, dei prosecutori».

Anche il leader socialista citò le lotte attraverso cui, in Francia, in Inghilterra e nel nostro paese, si giunse alla conquista della libertà di stampa, sottolineando come i «momenti di persecuzione» del passato non avessero nulla di paragonabile al sistema fascista, che non era «di limitazione ma di soppressione assoluta». Nessuno avrebbe potuto immaginare che il sequestro preventivo, abolito nel 1906 da Sidney Sonnino – «quel terribile sovversivo», notò ironicamente Turati – sarebbe stato ripristinato.

«Nel periodo che va dal 1890 al 1924, salvo spiegabili eccezioni negli anni di guerra, non solo le persone colte, ma le masse degli operai e contadini avevano imparato ad amare i loro giornali, a leggere e meditare ed avevano potuto apprezzare l’ausilio poderoso che veniva loro dalla libera stampa ai fini del miglioramento delle condizioni non solo morali ma economiche, sì che erano pervenute a sentire la profonda verità che è nel motto del poeta «il pane è libertà, la libertà è pane».

Tutti i tentativi di sopprimere la libertà di stampa – ammonì Turati – si erano quasi sempre risolti in un pessimo affare per i governi reazionari.

«Fu probabilmente la considerazione di questi ricordi storici che indusse il capo del Governo a tenere nel cassetto per un anno i decreti sulla stampa. Ci volle il delitto Matteotti, ci vollero le prime rivelazioni fasciste di quei delitto, per persuadere il capo del Governo a ricorrere all’estrema, per quanto temeraria, difesa, che è consegnata nel decreto. Bisognava, in seguito alle rivelazioni che vennero alla luce, imbavagliare la stampa, perché fosse imbavagliata la verità, perché il sentimento pubblico potesse essere compresso e traviato. Bisognava che il paese ignorasse. E, ancora, sinché si sperò di poter limitare il peso della giustizia, i decreti liberticidi ebbero un’approvazione blanda. Fu quando venne pubblicato il memoriale di Cesare Rossi che l’applicazione dei decreti divenne quotidiana e feroce. Fu allora che mentre spavaldamente si affermava di assumere la responsabilità dei delitti, negando insieme la partecipazione in essi del Governo, ciò che riduceva quel cinico coraggio ad una cinica burla, mentre si recitava l’altra beffa di provocare l’opposizione a formulare l’atto di accusa, dinanzi alla Camera dei deputati nominata dal Governo e che costituisce la guardia del corpo del suo capo; fu allora che si poté dire che gli ultimi resti della libera stampa erano stati uccisi in Italia».

Turati concluse il suo discorso con un accenno alla secessione dell’Aventino che a suo parere avrebbe potuto avere «pieno successo se altre forze costituzionali l’avessero integrata». Venuta meno la coesione tra i partiti si poteva ancora fare affidamento sul popolo:

«A noi, parlamentari e pubblicisti, spetta di rimanere al suo fianco. Con ciò non alludo a romanzi di avventure, definitivamente superati, alludo alle grandi forze dell’isolamento morale, alle rivendicazioni delle masse operaie organizzate, che potranno un giorno gridare il loro basta ed ottenerlo, anche solo mantenendosi fermi, anche solo incrociando le braccia. […] Se l’assassinio di Giacomo Matteotti poté destare tanto rimpianto e tanta esecrazione, pensate che quell’assassinio e cento altri assassinii sono piccola cosa di fronte, all’assassinio della libertà di pensiero. Gli uomini passano e si sostituiscono; la dignità di una nazione che è soppressa, è una nazione che perisce, che perisce nella civiltà, che perisce nel proprio avvenire».

L’iniziativa del Comitato delle opposizioni diede modo anche a un esponente del Partito popolare italiano (Ppi), forse per la prima e unica volta, di poter parlare dal palco della Casa del Popolo rivolgendosi a una platea dove non mancavano i militanti del suo partito. Quando Mario Cingolani, deputato del Ppi, si avvicinò alla tribuna dalla sala si levarono grida di «Viva Don Sturzo!». Con eccesso di ottimismo il parlamentare cattolico si disse convinto che la coscienza popolare era «divenuta impermeabile» ad ogni tentativo di penetrazione fascista:

«L’isolamento, così superbamente proclamato dal partito dominante, non è opera sua, ma il frutto dell’irrigidimento di questa coscienza popolare. Il popolo è coll’opposizione. Esso comprende perché la stampa è soppressa. È soppressa perché la rivelazione delle responsabilità terribili non deve proseguire più oltre. Inutilmente la stampa fascista abbonda in ingiurie o diffamazioni o calunnie. Il popolo non la legge, perché ripudia le cose ignobili. La questione morale è in piedi e nessuna legge, nessun favore, nessuna decorazione cancellerà l’onta dei delitti. Onori e ricchezze sono riservate ai persecutori, ma essi cadranno e risorgeranno in piedi, scarni, i morti, che attendono la loro ora».

Intervennero quindi Ferdinando Schiavetti, direttore della «Voce repubblicana», il massimalista Arnaldo Lucci, i rappresentanti dell’Unione goliardica per la libertà e dell’associazione dei mutilati. Dopo aver dato notizia delle oltre trecento adesioni pervenute da ogni parte d’Italia la manifestazione si sciolse al grido di «Viva Matteotti, viva la libertà!».
Fino a quel momento tutto si era svolto tranquillamente nonostante i fascisti avessero tentato di entrare nella sala del comizio facendo poi esplodere nel cortile della Casa del Popolo un petardo, che provocò una forte detonazione ma nessun danno. Gli incidenti avvennero durante il deflusso dei manifestanti:

«All’uscita – si legge nei ricordi di Giorgio Amendola – si scatenò la prevista aggressione. Gli squadristi si buttarono su chi era uscito dalla Camera del lavoro. Più che manganellate, furono insulti, sputi, calci. «Potremmo farvi a pezzi, ma vi risparmiamo; attenti a non riprovarci» dicevano. Mio padre, circondato da un gruppo di antifascisti e seguito da un commissario di pubblica sicurezza e da numerosi agenti, salì sul tram che andava in direzione di via Cavour. Non c’era nemmeno un’automobile per prendere e portare in salvo gli oratori».

Alcuni partecipanti al comizio furono aggrediti in via dei Serpenti, ma riuscirono in qualche modo a difendersi fino all’arrivo dei carabinieri «che riuscirono a separare i contendenti»2. In quel frangente sopraggiunse il tram con a bordo Amendola, che decise di scendere per rendersi conto dell’accaduto e prestare soccorso ai malcapitati. Racconta sempre il figlio Giorgio:

«Scese all’incrocio di via dei Serpenti, volle avviarsi a piedi in direzione di via Nazionale. Lo vedevo scosso, offeso e umiliato. Alcuni di noi chiudevano il piccolo corteo per coprirgli le spalle. Fummo aggrediti in piazza Madonna dei Monti, ma ci difendemmo bene: con un colpo del mio famoso bastone spezzai la fronte a un fascista che cadde a terra. Accorsero carabinieri e poliziotti, mi presero il bastone, ci cacciarono a forza per via dei Serpenti. A un certo punto fui afferrato da più poliziotti e gettato dentro un piccolo portone dove erano accalcate molte persone, tra le quali, silenzioso e scuro, mio padre. Io ero furente, soprattutto perché mi avevano preso il bastone che mi aveva regalato mio padre. […] A un tratto la strada fu sgombrata dalla polizia e mio padre fu fatto uscire dal commissario di pubblica sicurezza e invitato a salire su un’automobile che ci riportò a casa».

*Estratto da Giuseppe Sircana, Nel cuore rosso di Roma. Il Celio e la Casa del Popolo, Ediesse, Roma 2016