Roma 10 giugno 1924

Da tempo era in cima alla lista degli uomini da colpire. Già nel 1921 aveva denunciato in Parlamento le scorrerie che le squadre fasciste, foraggiate dagli agrari, andavano compiendo nel suo Polesine con la complicità di uomini dello Stato. Il 3 maggio 1923 il Popolo d’Italia lo aveva definito “volgare mistificatore e pregevolissimo ruffiano” e gli aveva rivolto un pesante avvertimento: “sarà bene che egli si riguardi, ché, se dovesse capitargli di trovarsi un giorno o l’altro con la testa rotta, ma proprio rotta, non sarà certo in diritto di dolersi”. Ma Giacomo Matteotti non si era lasciato intimidire e, dopo aver raccolto una corposa documentazione, si presentò alla Camera per una nuova denuncia sulle illegalità e violenze avvenute in occasione delle elezioni del 6 aprile 1924.

Il 30 maggio si alzò dal suo scranno per pronunciare quello che sarebbe stato il suo ultimo discorso. Davanti a un’assemblea dominata dalle camicie nere riferì fatti e circostanze, parlò dei candidati dell’opposizione a cui era stato impedito di svolgere propaganda, che erano stati aggrediti e uccisi; descrisse gli abusi e i brogli nelle operazioni di voto, con i fascisti che sequestravano i certificati elettorali e seguivano gli elettori fin dentro le cabine; chiese quindi l’annullamento delle elezioni.

Alla fine del discorso, durato un’ora e continuamente interrotto dalle urla e dagli strepiti dei fascisti, il deputato socialista avvertì tutto l’odio che montava verso di lui. Ai compagni che gli si strinsero intorno per congratularsi disse con un mesto sorriso: “Adesso preparatemi l’orazione funebre”. Non si sbagliava. Il giorno dopo sul Popolo d’Italia Mussolini scrisse che Matteotti meritava una risposta non semplicemente verbale. Se ne occupò la Ceka, la polizia segreta fascista voluta dal duce per “mettere a posto” i più pericolosi e irriducibili avversari politici.

Il pomeriggio del 10 giugno 1924 lo attesero in cinque, appostati in Lungotevere Arnaldo da Brescia, a poca distanza dalla sua abitazione romana di Via Pisanelli, da dove uscì verso le 16,30 per recarsi alla Camera. Gli saltarono addosso e gli infersero diversi colpi di pugnale, uccidendolo. Caricarono il corpo esanime su un’automobile che si diresse a tutta velocità verso la periferia, in direzione Ponte Milvio. Lungo la via Flaminia qualcuno notò l’auto degli aggressori ferma a un passaggio a livello e vide che al suo interno c’era un uomo riverso.

Che sia stato Mussolini in persona a ordinare l’omicidio non è provato, ma la sua responsabilità risulta evidente. Non solo per le minacce esplicite, ma soprattutto perché a eseguire il delitto furono gli uomini delle Ceka, che rispondeva direttamente al capo del fascismo. Da diversi anni gli storici si interrogano anche sulle vere ragioni per le quali Matteotti venne ucciso. Per il discorso che aveva pronunciato il 30 maggio o per quello che avrebbe dovuto pronunciare proprio il giorno del suo rapimento? Tra le varie supposizioni avanzate la più accreditata sembra essere quella che inquadra il delitto in una sorta di “tangentopoli nera”. Secondo questa ipotesi Matteotti si apprestava a denunciare uno scandalo di enormi proporzioni, che coinvolgeva gerarchi, uomini di governo e lo stesso Mussolini e riguardava due grandi affari: il traffico dei residuati bellici e la concessione dei diritti esclusivi per la ricerca petrolifera in Italia alla società americana Sinclair Oil.

Quando, il 16 agosto, il cadavere del deputato socialista fu trovato nel bosco della Quartarella, si ravvivò l’indignazione che aveva percorso il paese alla notizia del rapimento. Già allora il fascismo era sembrato sul punto di essere travolto. Molti attendevano una mossa del re, ma Vittorio Emanuele non si mosse: pretese che prima il governo venisse sfiduciato dalla Camera. Con il passare dei giorni anche la scelta dei deputati dell’opposizione di abbandonare l’aula di Montecitorio si rivelò improduttiva.

Il comportamento del sovrano, le incertezze e i contrasti nel fronte antifascista permisero a Mussolini di uscire dall’angolo. Il duce fece sapere che si sarebbe difeso con tutti i mezzi e per dimostrarlo non esitò ad abbandonare al loro destino tutti i suoi collaboratori, sui quali aleggiavano responsabilità e sospetti. Riacquistata l’antica baldanza, il 3 gennaio 1925 annunciò l’avvento della dittatura. (G.S.)