Salvatore Capogrossi

1949, Salvatore Capogrossi al III Congresso della Federbraccianti romana.

Tra l’estate del 1944, all’indomani della liberazione di Roma, e l’autunno 1947 le campagne intorno alla Capitale furono interessate da vaste agitazioni per l’assegnazione delle terre incolte. Migliaia di contadini e braccianti con l’attivo sostegno della popolazione inizia-rono ad occupare i terreni abbandonati. Nell’Agro Romano come nella zona dei Castelli, sia dove dominava il latifondo che dove prevalevano altre forme di proprietà e coltura, si svilupparono lotte spontanee prima ancora che ad assumerne fosse la Confederterra romana guidata da Salvatore Capogrossi. La popolarità e il prestigio che facevano di Capogrossi l’indiscusso leader di quelle lotte gli derivavano da un passato di coraggioso combattente per la causa dei lavoratori. Nato a Genzano di Roma il 15 agosto 1902 non aveva ancora tredici anni quando fu arrestato per la prima volta per una manifestazione contro la guerra.

Militante socialista e poi comunista all’insorgere del fascismo organizzò gli Arditi del Popolo nei Castelli, dove le squadracce nere trovarono sempre una tenace resistenza («Dopo il delitto Matteotti — ricordava con compiacimento — a-vevano paura di girare in camicia nera o soltanto con il distintivo del fascio»). Arrestato nel 1928, venne condannato a dieci anni di carce-re dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, ma grazie all’amnistia tornò libero nel 1935. Tornato a Genzano, nel 1936 trovò il modo di organizzare una grande manifestazione dei disoccupati. Nel 1938 gli fu comminata una nuova condanna: cinque anni di confino, che scontò per intero. Dopo l’8 settembre 1943 fu tra i primi ad attivare la Resistenza nei Castelli e nell’immediato dopoguerra a ritessere le fila dell’organizzazione sindacale nella campagne intorno a Roma. Mi recai a intervistare Caporossi nel 1980 nella sua casa di Ariccia.  Aveva allora 78 anni e conservava una lucida memoria degli avvenimenti, vivacizzata dalla verve polemica che è sempre stata un tratto caratterizzante del suo temperamento battagliero. Quello che segue è il testo dell’intervista apparsa sul n. 46 di Rassegna sindacale dell’11 dicembre 1980.
Quali erano le condizioni delle campagne intorno a Roma all’indo-mani della liberazione della Capitale?

Capogrossi: Le campagne avevano subito la devastazione della guerra, l’agricoltura era in uno stato di grave abbandono. Il latifondo era tenuto a pascolo brado, affittato a pastori che venivano anche dall’Abruzzo e dalla Sardegna. Le aziende agricole erano malandate perché i tedeschi avevano requisito bestiame, vino, tutto quello che c’era da prendere. Il prodotto delle scarse colture cerealicole invece che agli ammassi andava ad alimentare il mercato nero. Intanto tor-navano i reduci, i manovali edili rimasti senza lavoro in città: tutti venivano in campagna sperando di trovare di che sfamarsi. Allora c’era poco da mangiare: appena 100 grammi di pane al giorno, un pane che sembrava gomma. In questa miseria tutti chiedevano un pezzo di terra da coltivare, anche gli artigiani e i bottegai, che non facevano più affari. Alle prime occupazioni di terre veniva anche il prete, che si metteva con la croce in testa al corteo.

Qual’ era la forza dell’organizzazione sindacale in questa

C.: Subito dopo la liberazione di Roma mi misi a viaggiare da un paese all’altro. Di giorno viaggiavo e la sera facevamo le riunioni. Allora non c’erano mezzi: spesso andavo a piedi, qualche volta in bicicletta e nei casi più fortunati, se si rimediava un po’ di benzina, in motocicletta. Arrivato in un posto dovevo provvedere a diverse cose: attivare un nucleo di compagni, mettere in piedi il comitato di Liberazione, organizzare lega e cooperativa e inoltre arruolare uomini per la guerra partigiana. La gente rispondeva e i militanti si mettevano subito al lavoro. A gennaio del 1945 si tenne a Roma il Convegno provinciale dei lavoratori della terra e furono contate ben 93 leghe e quasi 20.000 iscritti. Qui nei Castelli eravamo molto forti.
Sulla spinta di queste lotte vennero varati i decreti Gullo nel 1944 e Segni nel 1946. Quali effetti produssero questi inter-venti governa-tivi nelle campagne?

C. Andai io stesso dal compagno Gullo per dirgli che quei decreti erano insufficienti. Anche lui era d’accordo, ma mi disse che era sta-to necessario un compromesso per non rompere la solidarietà tra le forze democratiche. Il decreto Segni era migliorativo perché proro-gava il termine di concessione delle terre, ma il clima politico era meno favorevole a un accoglimento reale delle rivendicazioni dei contadini. L’applicazione dei decreti incontrò comunque numerosi ostacoli. L’ostilità del padronato agrario era forte e le commissioni che dovevano assegnare le terre erano composte in modo da mettere in minoranza il rappresentante dei lavoratori.
I magistrati che presiedevano queste commissioni erano figli di si-gnori e andavano incontro alle richieste dei padroni. Si riusciva ad ottenere qualcosa soltanto con forme di pressione collettiva. Ad e-sempio, quando la commissione si recava a fare un sopralluogo sul terreno i lavoratori le si stringevano intorno manifestando sonora-mente. Gli agrari ne inventavano di tutte pur di non cedere. Poiché le commissioni preavvertivano con una settimana di anticipo che avrebbero fatto il sopralluogo, il proprietario di un terreno abbando-nato e incolto faceva venire il bestiame da altri campi (a volte se lo faceva prestare) per dimostrare che quel terreno era adibito a pascolo.
A parte queste furberie e i tentativi di aggirare la legge, la lotta ebbe anche momenti molto duri. Fu persino istituita una milizia armala a difesa della proprietà…

C.: Sì, l’associazione degli agrari costituì un fondo di organizzazione per la difesa delle aziende (Foda), che raccoglieva il denaro dicendo che sarebbe servito per pagare i salari delle aziende in crisi. Noi denunciammo subito, al primo apparire di mercenari armati a guardia dei terreni, il tentativo di tornare ai tempi dello squadrismo fascista. Alla fine le autorità furono costrette a intervenire.
Per battere l’ostinata resistenza degli agrari giungeste all’occupa-zione preordinata di tutte le terre incolte e alla procla-mazione dello sciopero bracciantile. La sera del 20 settembre 1947 alle ore 19,40 tutti stavano con l’orecchio teso verso la radio…

C.: Da dove avrei dovuto dare, come scrissero alcuni giornali, il «segnale della rivoluzione». In un certo senso la mobilitazione di oltre centomila lavoratori poteva essere considerata un fatto rivolu-zionario. Eravamo rimasti d’accordo che durante la trasmissione radiofonica La voce dei lavoratori avrei dovuto riferire sull’andamento delle trattative tra noi e gli agrari. Solo se avessi annunciato che le trattative si erano felicemente concluse l’agitazione sarebbe stata sospesa. Così non fu e all’alba di domenica 21 settembre cominciò l’occupazione e lo sciopero bracciantile.

Come si svolgeva l’occupazione dei terreni?

C. : Ci si ritrovava alle prime luci del giorno e si partiva in corteo verso il campo prescelto. Quando non c’era la banda rimediavamo con trombe, campanacci e altri strumenti improvvisati. Arrivati a destinazione si piantava il picchetto con la scritta della cooperativa occupante.

E poi? Attendevate la concessione o cominciavate subito a coltivare?
C. : Dipendeva. Qui a Genzano, visto che le trattative andavano per le lunghe, cominciammo subito a lavorare, anche per non lasciar passare il periodo della semina.

Il fronte di lotta restò sempre compatto? La popolazione dei paesi, gli operai romani sostenevano l’agitazione?

C.: Le occupazioni vennero preparate da un lungo e profondo lavoro politico. Si tennero comizi e riunioni con tutte le categorie di lavora-tori per far capire che era interesse di tutti far migliorare la situazione nelle campagne. Noi non ci limitavamo a chiedere la terra da coltivare, l’applicazione della scala mobile anche in agricoltura, la giusta causa nei licenziamenti, forme di rappresentanza sindacale. Oltre a insistere sui nostri diritti operavamo concretamente per sollevare le sorti dell’agricoltura. Così, dato che non si trovava il solfato di rame, utilizzato contro la peronospora della vite, andavamo a recuperare da bossoli di proiettili, fili, conche per l’acqua, caldaie, tutto il rame possibile e lo portavamo alla Montecatini per trasformarlo in solfato. Certo il padronato cercava, e in qualche caso ci riusciva, di dividere i lavoratori favorendo determinate cooperative a scapito di altre. Ma nel complesso avevamo dietro di noi la solidarietà e il sostegno concreto delle popolazioni dei paesi, che si ricordavano ancora delle occupazioni di terre del primo dopoguerra, e degli operai delle fabbriche che venivano da Roma, da Colleferro, da Civitavecchia  a portare il cibo e le caldaie ai contadini che occupavano le terre.

Sul piano politico la solidarietà si manifestò anche con la procla-mazione dello sciopero generale provinciale…

C. : Il Consiglio delle leghe della Camera del Lavoro di Roma aveva deliberato di proclamare lo sciopero generale per il 3 ottobre 1947. Poi però intervennero considerazioni di opportunità politica, perché alcuni ritenevano controproducente paralizzare Roma alla vigilia delle elezioni amministrative. Si tenne presso la Camera dei .Lavoro di Roma una riunione con Di Vittorio, Lizzadri e Pastore e fu Di Vittorio a espormi le ragioni che consigliavano un rinvio dello sciopero.
In quell’occasione tenesti testa al leader della Cgil..

C. : Ritenevo che ormai era troppo tardi per fare marcia indietro perché operai e contadini erano galvanizzati e sarebbe subentrato lo scoramento. Penso di aver avuto ragione perché nel giro di un anno gli iscritti alla Confederterra pro-vinciale si ridussero della meta.
Ma lo sciopero venne rinviato anche perché era stato raggiunto un accordo con l’associazione degli agricoltori

C. : L’accordo vero e proprio venne dopo e prevedeva l’istituzione di commissioni di conciliazione che avrebbero accelerato le pratiche di concessione. Ci fu l’impegno del governo a liberare gli arrestati e archiviare le denunce. Comunque, in seguito a quegli accordi fu pos-sibile concludere rapidamente molte trattative, a volte direttamente tra le due parti scavalcando le commissioni.

Qual è oggi il tuo giudizio complessivo su quelle lotte?

C. :Senza dubbio contribuirono a un avanzamento generale del movimento contadino e crearono le condizioni per lanciare la grande battaglia per la riforma agraria. A mio parere già le lotte dei primi anni del dopoguerra avevano come obiettivo, oltre che la concessione delle terre, la riforma agraria. Sul nostro cammino trovammo gli ostacoli messi delle forze conservatrici, ma forse anche tra i compa-gni ci fu un eccessivo timore perché si pensava che trasformazioni profonde nelle campagne italiane avrebbero scatenato una pericolosa reazione.

Giuseppe Sircana