Settanta anni fa nascevano le prime formazioni partigiane

Il 26 luglio 1943 anche a Cuneo, come nel resto d’Italia, era esplosa l’esultanza popolare per la caduta di Mussolini. Alla folla festante, radunata sotto la finestra del suo studio nella piazza principale di Cuneo (che oggi porta il suo nome), si rivolse Duccio Galimberti. Ai suoi concittadini e, poche ore dopo in un comizio a Torino, disse che bisognava rompere l’alleanza con la Germania e prepararsi all’insurrezione contro i tedeschi. Quel discorso può essere considerato l’atto di nascita della Resistenza italiana.

Galimberti apparteneva a una famiglia importante. Il padre fu avvocato, parlamentare e ministro giolittiano; la madre era sorella del ministro Schanzer, studiosa di letteratura inglese, con una spiccata passione per Giuseppe Mazzini, che trasmise al figlio. Dopo la laurea in legge il giovane Duccio (era nato nel 1906) andò a fare pratica legale presso lo studio paterno, senza trascurare l’attività scientifica che lo fece apprezzare per alcuni saggi di diritto e procedura penale. Nel tempo libero faceva molto sport – scherma, tennis, alpinismo – mentre la politica sembrava non interessarlo. In realtà nutriva una profonda avversione nei confronti del fascismo, che solo nel 1939, alla morte del padre, decise di esternare. Fino ad allora, pur rifiutando l’iscrizione al partito fascista, aveva preferito astenersi da atti che sarebbero apparsi come una clamorosa contestazione nei confronti del padre, sostenitore di Mussolini.

Nel 1942 Duccio aderì al movimento Giustizia e Libertà e cominciò a organizzare in casa sua una serie di incontri serali, ai quali all’inizio partecipavano solo gli amici più fidati e poi sempre più numerosi professionisti, impiegati, insegnanti, studenti e anche qualche militare. Dopo l’8 settembre cercò in tutti i modi di coinvolgere i reparti militari nell’organizzazione della resistenza. Più che a dar vita a un movimento partigiano Galimberti pensava a tenere in piedi l’esercito, che avrebbe dovuto arruolare volontari civili disposti a combattere i tedeschi. Soltanto quando questa via si rivelò, per l’indisponibilità dei militari, impraticabile, il 12 settembre Duccio e undici suoi compagni, decisero di agire da soli.

Dopo essersi riforniti di armi e munizioni abbandonarono la città per raggiungere la Cappella di Madonna del Colletto, fra la Valle del Gesso e quella della Stura, dove costituirono la prima banda partigiana Italia libera. Galimberti s’impegnò poi nell’opera di collegamento e di unificazione tra le varie formazioni che portò alla nascita delle brigate Giustizia e Libertà nel Cuneese.

Duccio e i suoi si erano posti un obiettivo preciso: rappresentare una minaccia costante alla sicurezza dei centri della provincia occupati dai nazifascisti portando attacchi arditi e fulminanti. Nel corso di uno di questi attacchi, il 13 gennaio 1944, Duccio rimase ferito, ma non volle abbandonare i compagni prima della fine degli scontri.

Appena ristabilito, per le riconosciute doti di coraggio e l’autorevolezza, fu chiamato ad assumere il comando di tutte le formazioni gielliste piemontesi e a far parte del Comitato militare regionale. I nuovi incarichi lo obbligarono a muoversi molto esponendolo a sempre maggiori rischi, al punto che gli fu consigliato di allontanarsi dal Piemonte per ricoprire un incarico a livello nazionale. Duccio non accolse l’invito e il 28 novembre a Torino cadde nelle mani della polizia. Il 2 dicembre venne portato a Cuneo e preso in consegna dalle Brigate nere, che non gli risparmiarono percosse e sevizie. All’alba del 3 fu caricato su un camion che si diresse verso la frazione Tetti Croce di Centallo, in località San Benigno, dove gli fu intimato di scendere. Fu immediatamente colpito da una scarica di colpi alla schiena. Dopo aver abbandonato la sua salma i fascisti diffusero un comunicato per far credere che Duccio era stato ucciso mentre tentava la fuga, ma non si trattennero dal menar vanto perché finalmente «il piombo vendicatore» aveva raggiunto «la più trista figura di agitatore e di organizzatore antinazionale della nostra provincia». L’Italia democratica consacrò Duccio Galimberti come eroe nazionale e conferì alla sua memoria la medaglia d’oro al valor militare quale «altissimo esempio di virtù militari, politiche e civili».

Giuseppe Sircana © 2013