La figura di Umberto Cerri, scomparso a Roma 18 novembre 2024, è stata ricordata nel corso dell’Assemblea generale della Cgil di Roma e del Lazio del 4 dicembre 2024.
Riportiamo, qui di seguito, la relazione introduttiva svolta da Giuseppe Cappucci.
Umberto veniva dalla Fatme, la fabbrica con la storia industriale e del movimento operaio tra le più importanti di Roma; il luogo in cui, il 30 ottobre 1969, il Consiglio di fabbrica e i lavoratori, forzando la legge, consentirono l’ingresso dell’allora Segretario Generale della Fiom, Bruno Trentin, nei locali della mensa dell’azienda per tenere un’assemblea. Era la prima volta: il diritto all’assemblea in fabbrica sarà poi sancito dallo Statuto dei lavoratori, approvato nel 1970.
Umberto c’era. Alla Fatme era entrato come operaio dieci anni prima, nel 1959, e porterà sempre con sé il lascito di quella straordinaria esperienza di vita e di lavoro.
Umberto nasce a Roma il 13 dicembre 1936. Viene da una famiglia popolare e di tradizione comunista. Appena entra in fabbrica è perciò inevitabile il suo incontro con il sindacato, con la Fiom, l’inizio di una lunga, appassionata, instancabile militanza. Mi limiterò soltanto a citare le tappe più importanti di questo percorso.
Nel 1968 partecipa alla costituzione del nuovo consiglio di fabbrica della Fatme, assumendo la responsabilità di segretario generale; tra il 1972 e il 1973 è membro della segreteria Fiom di Roma, di cui diviene Segretario Generale; nel 1976 viene chiamato a dirigere la Fillea di Roma.
Già da questi primi scarni dati biografici emergono due elementi estremamente significativi.
Il primo: Umberto appartiene alla generazione di dirigenti sindacali formatisi nella lotta per l’approvazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori.
Il secondo consiste nel fatto che gli venga presto affidata la direzione politica di due importanti categorie industriali di Roma come la Fiom e la Fillea.
Nel 1979 viene chiamato a far parte della segreteria della Cgil del Lazio diretta da Santino Picchetti e Piero Polidori.
Con il Congresso del 1981 diventa Segretario Generale aggiunto della Camera del Lavoro di Roma.
Nel 1987 viene eletto Segretario Generale della Cgil del Lazio.
Mi sono limitato a questi pochi cenni biografici, lasciando alle compagne e ai compagni che prenderanno la parola dopo di me il compito di arricchire questo ricordo di Umberto con racconti custoditi nella loro memoria, per aver lavorato con lui e per aver condiviso con lui un pezzo di storia della nostra organizzazione.
È importante per me oggi far parlare le “carte” conservate nel nostro Archivio Storico – solo alcune “carte”, non vi spaventate – perché, come sanno le compagne e i compagni che lo hanno conosciuto, Umberto scriveva tutto e conservava tutto. Annotava su dei bigliettini per Ota (la sua segretaria) e per gli altri compagne e compagni le cose da fare, le questioni di cui avrebbero dovuto occuparsi.
Quand’era necessario indirizzava alle strutture e ai compagni lettere su carta intestata: lo faceva con ordine e metodo: la minuta scritta in bella calligrafia, ordinata e leggibile; la prima stesura battuta a macchina, dove, al bisogno, apponeva correzioni o cancellazioni; infine la lettera con la sua firma. Tutto veniva poi diligentemente archiviato e così è arrivato fino a noi.
Ma oltre al metodo, sono di estremo interesse il merito, i contenuti, ciò che scriveva, l’elaborazione del pensiero, la visione politica che queste “carte” ci restituiscono.
Nel rapporto con i compagni Umberto era diretto e diceva quello che pensava senza giri di parole, senza infingimenti. A questo proposito è significativa una lettera del 1988 dedicata al problema del tesseramento e indirizzata a tutti i segretari generali con un’importante nota a margine che indicava tre strutture alle quali non era necessario inviarla (perché evidentemente erano in linea con gli obiettivi del tesseramento).
E’ breve e merita di essere letta integralmente.
“Caro compagno, cara compagna,
abbiamo l’esigenza irrinviabile di un piano di impegni della tua struttura per il proselitismo alla Cgil mirato al tesseramento nei settori tradizionali e nei nuovi settori di intervento ai quali deve far riferimento l’organizzazione.
C’è un ritardo incomprensibile ad avere la risposta. Non vorremmo pensare che questo segni l’assenza di un impegno organizzato. C’è bisogno di una discussione della tua segreteria e di un impegno degli organismi dirigenti della tua struttura per gestire con coerenza le decisioni assunte nei livelli di direzione della Cgil Lazio che personalmente hai contribuito a definire e ad approvare.
È sconcertante il vuoto di risposta alle sollecitazioni che stiamo reiterando.
Ci scuserai dell’insistenza; ma lo sentiamo un pezzo del nostro lavoro di direzione per attuare le decisioni che assumiamo così come certamente lo sentirai anche per te.
Siamo pertanto in attesa di un segno di vita – di una risposta scritta con cui ci devi far sapere che problemi e che intenzioni avete al riguardo.
Non sarebbe giusto che questa sollecitazione cadesse nel vuoto di risposta come ad oggi è stato per tutto il tenace lavoro svolto dal compagno del dipartimento interessato. Speriamo, tra l’altro, che farai una personale verifica sul perché questo è accaduto tanto da costringerci a scriverti personalmente lettere di questo tono che ci mortificano.”
Questo era Umberto. A chi non lo conosceva poteva apparire ruvido, in realtà dietro la figura di uomo tutto d’un pezzo si celavano una squisita gentilezza e tanta umanità: mai dimenticava di fare gli auguri di compleanno alle compagne (molte di loro conservano ancora i suoi biglietti), mai mancava di inviare fiori in occasione di nascite o di altri eventi importanti.
C’è uno scritto, che forse meglio di ogni altro esprime l’essenza della personalità di Umberto, la sua concezione della militanza e del ruolo di dirigente. E’ il discorso che Umberto pronuncia il 14 settembre 1987 al funerale di Sergio Loffedri:
“Anche da te ho capito il valore della parola DIRIGENTE. Non basta capire le cose, insegnarle o trasmetterle; per essere alla guida di una grande organizzazione di militanti come la Cgil, bisogna capire la gente, stare tra la gente, capirne i bisogni collettivi, ma anche i problemi singoli, minuti, dando ad ognuno importanza e risposta”. E ancora: “Troppi e con troppa leggerezza ignorano la storia, la cultura e le radici del sindacato che per portare valori generali ha bisogno di lotte, sacrifici, esempi personali”
Possiamo pertanto fare nostre e riferire a Umberto le stesse parole che lui scrisse per Sergio Loffredi: “Aveva la qualità di quella razza di dirigenti di cui oggi si sente molto il bisogno nel sindacato, che sa lavorare bene e molto, sa essere al servizio del sindacato, con umiltà e coscienza del dovere da compiere, senza mai far prevalere il proprio interesse personale, la propria immagine al compito”.
Pino Cappucci

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