3 – Il fascismo

L’atteggiamento dei lavoratori e del movimento sindacale nei confronti del primo fascismo non è univoco e non è sempre ben chiaro fino a dove ci si spinge per “salvare il salvabile” e dove invece si persegue una vera e propria adesione al fascismo. Messa fuori gioco la CdL, restano in piedi le organizzazioni di categoria, che si confrontano con il nuovo potere: c’è chi, come i tipografi, lo fa rinnegando il rapporto preferenziale con il partito socialista e inalberando la bandiera dell’ apoliticità; e chi, come gli edili, protagonisti di 70 giorni di sciopero tra il 1923 e il 1924, tenta di difendere fino all’ultimo le conquiste e la dignità dei lavoratori romani.

L’avvento del fascismo non piega completamente la resistenza e la combattività della classe operaia. Vengono cancellate le conquiste ottenute al prezzo di dure lotte; gli antifascisti sono perseguitati e licenziati, mentre i sindacati fascisti si arrogano il diritto di rappresentanza esclusiva dei lavoratori romani. Le due Camere del Lavoro si riunificano, ma ormai il movimento operaio è decapitato dei suoi dirigenti più prestigiosi. In condizioni di estrema difficoltà diverse categorie scendono in lotta contro l’insostenibile aumento del costo della vita e contro il padronato, reso più arrogante dalla protezione dei fascisti. In prima fila sono gli edili, che tra il 1923 e il 1924 effettuano 70 giornate di sciopero, resistendo a provocazioni e minacce. Il 10 giugno 1924 i lavoratori romani si mobilitano alla notizia del rapimento di Giacomo Matteotti. Epicentro della più strenua resistenza al fascismo è la zona dei Castelli in particolare Genzano, dove la locale Lega Braccianti proclama uno sciopero contro 10 scioglimento dell’amministrazione rossa: i lavoratori con le armi in pugno fronteggiano le squadre fasciste. Nel gennaio 1925 Mussolini reagisce alla protesta che scuote il Paese accentuando il carattere totalitario del regime fascista. Il 2 ottobre dello stesso anno Confederazione degli industriali e i sindacati fascisti firmano il «Patto di Palazzo Vidoni», in virtù del quale questi ultimi vengono riconosciuti come gli unici legittimi rappresentanti dei lavoratori. I residui spazi di libertà vengono soppressi il 5 novembre 1926 con 11 decreto di scioglimento di tutti i partiti antifascisti e la chiusura dei loro giornali.

Dopo lo scioglimento, nel gennaio 1927, della Confederazione Generale del Lavoro, Giuseppe Di Vittorio ed altri si fanno promotori di una CGdL clandestina, alla quale aderisce la Camera del Lavoro di Roma. Intanto il fascismo promulga la «Carta del Lavoro», che sancisce il divieto di sciopero e la collaborazione tra capitale e lavoro, istituendo lo stato corporativo. Il fascismo accentua lo sviluppo distorto di Roma come città burocratica, dando impulso all’edilizia speculativa e creando un vasto strato di ceti popolari, i cui interessi sono legati alle attività del regime. Nell’Agro Romano e nelle Paludi Pontine le bonifiche hanno il risultato di accrescere la rendita fondiaria, mentre avviene la spoliazione dei contadini poveri a beneficio dei coloni venuti da altre regioni. Roma registra un notevole incremento demografico, caratterizzato da un enorme rigonfiamento dell’apparato burocratico e da una classe operaia minoritaria occupata nelle opere edili. Si compiono gli sventramenti a Borgo e ai Fori; gli abitanti espulsi dal centro storico sono confinati nelle borgate di nuova edificazione. Ma è proprio in questi ghetti e nei quartieri popolari che si sviluppa il malcontento e si attua la ricomposizione della classe operaia in attesa di uno sbocco organizzativo e politico. Pur se limitate a scritte sui muri e al volantinaggio, si hanno, nel corso degli anni trenta, diverse manifestazioni di dissenso: nel 1933 viene catturato un gruppo clandestino che opera tra gli edili e i fornaciai. L’entrata in guerra dell’Italia determina immediate conseguenze sul piano dell’occupazione: le grandi opere per l’Esposizione 1942 (l’attuale Eur) vengono sospese, chiudono parecchi cantieri ristagnano i settori della distribuzione e del commercio: Le poche industrie  funzionanti vengono militarizzate e i lavoratori sottoposti ad una più rigida disciplina.

Dopo il 25 luglio si ricostituiscono i partiti politici e riprende anche l’attività sindacale con la costituzione delle prime commissioni interne nelle fabbriche romane. Abbandonata dal re e dal governo Roma difende la sua libertà dagli invasori nazisti: militari e civili combattono a Porta San Paolo. L’occupazione tedesca, oltre all’instaurazione di un regime di terrore porta alla paralisi economica e produttiva della città (chiudono fabbriche e cantieri, mentre i ministeri sono trasferiti al Nord).

Malgrado le dure misure preventive, si costituiscono in molti luoghi di lavoro i Comitati sindacali di agitazione, che tra il gennaio e marzo 1944 riescono ad organizzare lotte e scioperi in alcune fabbriche romane. Il 3 maggio viene addirittura effettuato uno sciopero generale: i lavoratori ottengono viveri e il formale impegno ad un sensibile aumento dei salari. Ma il risultato più importante è la rinuncia delle autorità a diminuire la razione giornaliera del pane da 100 a 75 grammi.

Intanto l’azione dei GAP infligge duri colpi agli occupanti, che reagiscono con bestiale ferocia, alle Fosse Ardeatine e poi alla Storta, dove viene ucciso il leader sindacale Bruno Buozzi. (3 . continua)

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