Cinema e memoria collettiva
Film come il classico La vita è meravigliosa di Frank Capra, intrisi di buoni sentimenti e spirito natalizio, non si facevano più da tempo e i “cinepanettoni”, destinati a monopolizzare a lungo l’offerta cinematografica di fine anno, erano ancora da inventare. Poteva perciò accadere che a ridosso del Natale di cinquant’anni fa, il 21 dicembre 1974, arrivasse nelle sale un film avulso dal clima festaiolo e non riducibile al cosiddetto cinema d’evasione: una commedia dal retrogusto amaro come C’eravamo tanto amati. L’avevano voluta così il regista Ettore Scola e gli sceneggiatori Age e Scarpelli attingendo allo scrigno della nostra memoria collettiva.
La trama del film si snoda infatti in un arco temporale che va dal secondo dopoguerra agli anni Settanta; lo stesso che fa da sfondo a Una vita difficile di Dino Risi, uscito nel 1961. Ad accomunare le due pellicole è soprattutto il racconto generazionale nel succedersi di attese palingenetiche e disillusioni, coerenze adamantine e pavide compromissioni, rimpianti per un passato forse mitizzato e disagio esistenziale per il presente senza futuro.
Nel film di Risi protagonista assoluto è l’ex partigiano Silvio Magnozzi, interpretato da Alberto Sordi; in quello di Scola i protagonisti sono invece tre: Antonio, Nicola e Gianni che hanno rispettivamente il volto e la fisicità di Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e Vittorio Gassman. Anche loro sono stati partigiani, amici fraterni nel pericolo, ma hanno poi intrapreso strade diverse. Il critico cinematografico Alberto Crespi li descrive così: Antonio “rimane un compagno duro e puro, uno di quei comunisti ortodossi che hanno costituito la spina dorsale del Pci”; Nicola “è nato outsider e attaccabrighe, incarna la coscienza critica ma anche autodistruttiva di tutto ciò che si muove a sinistra del Pci”; infine Gianni “un idealista che si vende al capitale, sposa la figlia di un palazzinaro fascista e annega i sogni di gioventù nella ricchezza”.

L’idea originaria del film prevedeva come unico protagonista un professore meridionale patito del neorealismo, assai simile a quello impersonato poi da Satta Flores. “Doveva essere – ricordò Scola – soltanto la storia di un lungo pedinamento che durava trent’anni: il personaggio seguiva De Sica e diventava per lui una vera ossessione. De Sica se lo trovava sempre davanti e quest’ultimo lo metteva di fronte a problemi morali, di coscienza. De Sica, come si sa ha realizzato alternativamente grandi opere e ha prodotto prestazioni d’attore assai mediocri. C’era dunque questo grillo parlante, questa coscienza che lo seguiva, lo rimproverava, lo perseguitava”.
Il film avrebbe dovuto intitolarsi Avventura italiana o addirittura Voglio uccidere De Sica: niente a che vedere con il bel titolo che fu trovato dopo la riscrittura, riprendendo i primi versi di Come pioveva, celebre canzone del 1918: “C’eravamo tanto amati / per un anno e forse più / c’eravamo poi lasciati / non ricordo come fu / Ma una sera c’incontrammo / per fatal combinazion / perché insieme riparammo / per la pioggia in un porton”. Versi che parlano di un amore perduto e riapparso all’improvviso, proprio come accade nel nuovo intreccio narrativo con tre uomini innamorati, in momenti e modi diversi, della stessa donna: l’ingenua Luciana, aspirante attrice interpretata da Stefania Sandrelli.
Nell’Italia che s’appassiona a Lascia o raddoppia e scopre i riti mondani della Dolce vita (con Mike Bongiorno, Fellini e Mastroianni chiamati da Scola a interpretare se stessi) i nostri tre non-eroi vivono e risolvono, ciascuno a suo modo, le laceranti contraddizioni di chi cerca di uscire dalle strettoie del destino senza perdere la dignità.
Tutto nasce dall’equivoco in cui cade Antonio, che in una piazza di Roma incontra Gianni. Non lo vede da tanto tempo e lo scambia per un posteggiatore abusivo. Lui è rimasto un semplice portantino, ancora pronto a dividere il pane con il vecchio compagno in difficoltà. Si ritrovano, insieme con Nicola, nella loro vecchia trattoria e Gianni tenta invano di rivelare la verità, confessando di essere diventato una persona assai diversa da quella che immaginano. E la forza dei ricordi impedisce ai suoi amici di aprire gli occhi quando lo vanno a cercare per riportargli la patente che ha perso e arrivano al cospetto di una lussuosa villa. “Secondo te abita qui?”, domanda uno smarrito Nicola. “Sulla patente così c’è scritto. Farà il guardiano, il giardiniere, l’autista”, lo rassicura Antonio. Poi lo vede tuffarsi nella piscina e riesce a dire soltanto “boh”, dando inizio a un surreale dialogo con l’amico: “Ma che vuol dire boh! – protesta Nicola – E’ a forza di boh che siamo arrivati a questo punto! Che conclusione è boh, è una conclusione ambigua!” “Ambigua ma aperta”, chiosa Antonio…
A distanza di anni Scola dirà di aver ritrovato qualcosa di sé in ognuno dei tre personaggi, ma a dispetto di alcune celebri battute – “credevano di cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi”, “Il futuro è passato e non ce ne siamo nemmeno accorti” – negherà di aver realizzato “un film pessimista, se non nel senso gramsciano del pessimismo della ragione“.
Giuseppe Sircana

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